Nuovi Orizzonti e Possibili Futuri per Bones For Life

English version

Questo articolo è stato scritto da Raffaele Rambaldi in occasione della partecipazione al Movement Intelligence Senior Trainers Training con Ruthy Alon in Israele nel maggio 2014. La traduzione inglese è pubblicata anche sul sito di Ruthy Alon http://www.movementintelligence.com.

Articolo di Raffaele Rambaldi

Raffaele Rambaldi diventa Senior Trainer di Movement Intelligence direttamente con Ruthy Alon

Nel maggio 2014 in Israele Raffaele Rambaldi è certificato – direttamente da Ruthy Alon – come Senior Trainer di Movement Intelligence – la denominazione che ora raccoglie tutti i programmi da lei creati

Solitamente, quando mi viene chiesto di presentare al pubblico Bones For Life, lo definisco come un programma per ‘stimolare il rafforzamento delle ossa e favorire la riorganizzazione e il riallineamento posturale attraverso il movimento naturale’.

Questa prima e semplice definizione ha il vantaggio di evocare da subito due temi, quello della postura e quello del rafforzamento delle ossa, che non solo sono facilmente comprensibili e riconoscibili da chiunque, ma che oggigiorno sono particolarmente sentiti.

Ovviamente c’è molto di più. Mi rendo ben conto che nelle mie presentazioni, adotto una voluta semplificazione esplicativa, perché sono ben conscio delle implicazioni e delle potenti ripercussioni del programma Bones for Life sul miglioramento della qualità della vita non solo al livello fisico ma anche ai livelli psicologici, relazionali, emozionali ed energetici.

Infatti, sebbene storicamente Bones For Life sia stato inizialmente sviluppato per gestire, prevenire ed affrontare in modo particolare le sempre più sentite e diffuse problematiche legate all’indebolimento delle ossa, ci stiamo sempre più rendendo conto di quanto il suo potenziale e le suo applicazioni siano ampie e potenti, sebbene in gran parte ancora da sviluppare. Mi piace pensare a Bones For Life come ad un rivoluzionario microchip, qualcosa di piccolo e potente che può migliorare tutto ciò cui viene applicato, che può velocizzare un computer, far volare astronavi e al tempo stesso permetterci di avere frigoriferi e automobili migliori. Credo che stiamo solo sfiorando la potenzialità di questo sistema.

Ma andiamo con ordine.

E’ da tempo che si è compreso quanta parte della responsabilità di molti dei problemi e disagi più socialmente diffusi, incluso l’indebolimento delle ossa possa essere riconducibile al nostro stile di vita ‘occidentale civilizzato’.

E’ davanti ai nostri occhi quanto ogni innovazione tecnologica tenda a fiaccare la nostra efficienza motoria ed ogni giorno che passa diventiamo più pigri, riducendo progressivamente le nostre capacità motorie. Le conseguenze di un progressivo e apparentemente irreversibile adattamento a uno stile di vita innaturale in cui la mente viene usata troppo (e male) e il corpo troppo poco (e male) possono essere devastanti per le nostre ossa e per la nostra salute in generale. Per invertire la tendenza diventa quindi essenziale sapere come trovare o creare nuove opportunità di movimento nella vita quotidiana in grado di consentirci di poter mantenere la ‘macchina umana’ efficiente ed evitare che vada in regressione da ‘non uso’ o in rovina da ‘cattivo uso’.

L’idea che il movimento fisico faccia bene alle ossa non è una novità. Ma, per farlo davvero, il movimento deve avere alcune particolari ed indispensabili caratteristiche e qualità legate alla pressione ritmica e al dosaggio della forza, in grado di poter evocare ed entrare in risonanza con le modalità primarie di funzionamento del corpo nel campo gravitazionale, come camminare, correre, portare pesi e saltare, cioè con tutte quelle attività che sollecitano il corpo naturalmente a rinforzare le ossa. Non è sufficiente quindi ‘muoversi’ e ‘fare esercizio’ indiscriminatamente. Il movimento deve essere in grado di stimolare l’organismo dandogli un motivo ‘funzionale’ in grado di stimolare ed attivare i processi naturali del rafforzamento osseo. Cosa che non succede, ad esempio, agli astronauti che operano nello spazio, un ambiente che permette la massima libertà di movimento al corpo ma che non richiede un confronto stimolante con la gravità, non generando pertanto nell’organismo la necessità funzionale di rinforzare le proprie ossa. La conseguenza inevitabile di ciò, e che ha causato parecchi problemi alla Nasa, è che gli astronauti tornano sulla terra particolarmente indeboliti non solo nei muscoli ma anche nelle ossa. Il principio ‘Usalo o perdilo’ conferma la sua validità.

In natura attività come camminare, correre, saltare e portare pesi, e in generale tutto ciò che entra in risonanza con la pressione ritmica ed elastica della camminata dinamica vanno a stimolare l’organismo a rinforzare le proprie ossa.

Purtroppo la mancanza di movimento determina un indebolimento osseo che a sua volta induce ad ulteriori riduzioni di movimento. E’ un circolo vizioso non facile da interrompere. Anche perché a questo si aggiungono altri elementi che devono essere gestiti per poter attivare la risposta rigenerante dell’organismo: per primo il problema del dosaggio della forza e della pressione ritmica (troppo poca non stimola, troppa può danneggiare) e poi quello relativo alla creazione di ciò che chiamiamo ‘Effetto Domino’, quell’allineamento dinamico della struttura, in cui la pressione può scorrere tra una polarità e l’altra, senza restare intrappolata in nessuna articolazione creando logoramento, compressioni o deviazioni.

La genialità di Ruthy Alon le ha permesso di isolare il codice del movimento organico (pressione ritmica e dosaggio della forza) una sorta di informazione ‘omeopatica’, che contiene in sé l’essenza di ciò che della camminata dinamica, della corsa e del portare pesi stimola l’organismo a riorganizzarsi e a rinforzare e rigenerare le proprie ossa, e a creare un contesto sicuro e protetto in grado di fornire ‘condizioni di serra’ per un apprendimento adatto al ritmo ed alla situazione di ogni persona.

Tuttavia, sebbene Bones For Life sia nato da problematiche legate alle ossa, sarebbe restrittivo e limitante confinarlo a questo ambito.

Col passare degli anni ho potuto constatare le enormi implicazioni e le potenti ripercussioni di questo lavoro non solo ad un livello fisico ma anche ai livelli psicologici, relazionali, emozionali ed energetici di vita in chi lo pratica.

Il cambiamento spontaneo della postura, la maggiore vitalità ed energia, il senso di ‘poter fare’, il miglioramento delle prestazioni in ogni ambito, l’aumento della fiducia in se’ stessi e gli inevitabili riflessi di tutto ciò nella propria vita sociale e relazionale sono conferme impagabili del valore e delle possibilità di questo lavoro.

Ma c’è ancora di più.

L’idea cominciò a macinare nella mia testa già durante il mio primo corso di Bones For Life con Ruthy Alon a Firenze nel 1999. In quel corso, fra gli altri, era presente il compianto Jack Heggie, amico ed Assistant Trainer nei quattro anni della mia formazione come Feldenkrais Practictioner. Alla fine del workshop Ruthy chiese ad ognuno di noi un parere sul lavoro svolto. Jack si avvicinò al microfono e disse alcune lapidarie parole che per anni hanno risuonato nella mia testa:

“Bones For Life è il secondo capitolo del Metodo Feldenkrais”.

Wow!

Cosa intendeva dire Jack? Voleva forse dire che Bones For Life era un superamento del Feldenkrais? Certamente no! Troppo

Jack Heggie alla formazione del Metodo Feldenkrais Firenze 2 (anno 1997)

Jack Heggie alla formazione del Metodo Feldenkrais Firenze 2 (anno 1997)

banale, oltre che sbagliato. E Jack era una persona di poche parole, ma sempre molto attento e preciso in quello che diceva. Non sprecava fiato o diceva parole a caso. E allora cosa intendeva dire?

Queste parole hanno continuato negli anni a muoversi nella mia testa, come un enigma da risolvere. E ho continuato a seguire questa idea e le sue implicazioni man mano che avanzavo nella mia pratica.

Che vi sia un forte legame fra Bones For Life e il Metodo Feldenkrais è ovvio ed innegabile. Ruthy Alon è stata infatti una delle prime e più raffinate allieve di Moshè Feldenkrais ed ha incorporato pienamente e dichiaratamente in Bones For Life i principi dell’apprendimento spontaneo dell’organismo da lui individuati per applicarli in un contesto diverso.

Per comprendere il senso della frase di Jack Heggie dovevo partire da qui, dalla relazione fra il ‘pensiero guida’ di Feldenkrais e la sua relazione col programma Bones For Life.

Tuttavia bisogna prima di tutto intendersi sulle premesse, ovvero su cosa intendiamo per Metodo Feldenkrais, un lavoro assolutamente elusivo nella sua raffinatezza, tanto che talvolta risulta poco facile definirlo.

Una cosa è certa: fare Feldenkrais non significa ripetere meccanicamente il ‘già fatto’ dal fondatore, correndo il rischio di fermarsi a diventarne degli imitatori, o peggio ancora, degli imitatori degli imitatori. Il Metodo, inoltre, non è da intendersi come terapia né tantomeno come una ginnastica dolce, posturale o correttiva. Qualcuno lo inquadra come un lavoro di ‘educazione somatica’ o di ‘apprendimento organico’. Io mi sento di dire che il Feldenkrais è soprattutto un modo di pensare da cui scaturiscono strategie ed applicazioni.

Per avvicinarci a capire quindi il Metodo Feldenkrais, bisogna il più possibile cercare di capire il pensiero del suo creatore, ovvero intercettare il pensiero di un genio. Risalire alla profondità della sua visione e riconoscere il suo progetto all’interno di essa.

Quando lessi il suo libro del 1952 Higher Judo, rimasi folgorato da queste parole:

‘La finalità primaria del Judo è quella di insegnare, favorire e promuovere la realizzazione della maturità adulta, che è uno stato ideale, raramente raggiunto, in cui una persona è in grado di confrontarsi con il compito e la necessità del momento presente senza essere ostacolato da preesistenti abitudini di pensiero o atteggiamenti.’ (1)

In altri termini, Feldenkrais considerava la capacità di gestire e confrontarsi con le imprevedibili sfide di un mondo in continuo cambiamento, proprie del Judo originario di Jigoro Kano, come il segno del raggiungimento della maturità adulta, nella direzione dell’evoluzione e del più pieno sviluppo dell’essere umano.

Probabilmente egli avrebbe orientato le sue ricerche sul movimento direttamente e pienamente in questa direzione di progetto evolutivo se non avesse avuto il suo grave incidente invalidante ad un ginocchio.

Come molti sanno, infatti, negli anni precedenti alla seconda guerra mondiale egli ebbe un grave infortunio ad un ginocchio durante una partita di calcio. La chirurgia ortopedica dell’epoca non era in grado di offrire ragionevoli possibilità e speranze di recupero a Moshe il quale decise di non operarsi.

Unendo tutte le sue conoscenze, con grande determinazione, mente aperta e spirito di iniziativa, cominciò a cercare e sviluppare modi alternativi per far si che il proprio corpo potesse trovare una migliore ‘auto-organizzazione’ tale da consentirgli di vivere una vita ‘normale’ nonostante la lesione al ginocchio. Ebbe successo, tornò a camminare ed a fare nuovamente qualche dimostrazione di Judo.

Ma tutto questo cambiò qualcosa in lui. Per risolvere il suo problema era andato a scoprire le modalità più antiche e potenti con cui un organismo umano impara ed impara ad imparare. L’Apprendimento Organico.

Capì che un lavoro di ‘Educazione Somatica’ basato su queste intuizioni apriva prospettive enormi. Avrebbe permesso con facilità e naturalezza di aggiornare le abitudini ‘motorie e non’, rendere naturalmente obsoleti antichi schemi e patterns alla base di dolori e problemi nonché aprire le porte ad un risveglio del potenziale e delle potenzialità inespresse in ogni uomo.

La sua ‘visione evolutiva’, quel ‘raggiungere la piena maturità adulta’, quello ‘stato ideale raramente raggiunto in cui una persona è in grado di confrontarsi con il compito presente senza essere intralciato da preesistenti e antiche abitudini di pensiero o atteggiamenti’ era ancora la direzione verso cui incamminarsi.

Ma, come diceva Goethe, ‘chi sbaglia col primo bottone non si corregge con l’abbottonatura’. E i nuovi strumenti permettevano di ‘ripartire col primo bottone’ e non costruire su schemi motori ed atteggiamenti antichi, ormai inadeguati se non limitanti, ed in ogni caso poco produttivi.

Ad esempio, per insegnare una forma di Tai Chi Chuan si parte quasi sempre con un lavoro nella posizione in piedi (chiamata anche posizione dell’uomo ‘libero’). In realtà, nell’individuo adulto occidentale civilizzato medio, questa è tutt’altro che una posizione neutra o ‘libera’. Anzi, la persona media ha già fissati e consolidati nella sua neurologia e fisiologia un gran numero di schemi e patterns rigidi e limitanti che si rivelano di ostacolo o causano rallentamento nell’apprendimento della disciplina che dovrà al tempo stesso provvedere anche a ripulire il corpo da preesistenti fonti di interferenza. E’ un po’ come voler scrivere su un foglio che è stato in precedenza accartocciato e conserva pieghe ed increspature della sua precedente condizione.

In realtà la nostra posizione eretta, così come il nostro abituale modo di muoverci, costituisce il risultato dell’adattamento all’ambiente del nostro organismo a valle di una serie di tappe ed acquisizioni progressive, attraverso le fasi delicate ed esplorative di scoperta e confronto col campo gravitazionale: stare sulla schiena, sulla pancia, strisciare, gattonare e alla fine venire in piedi. Per queste ragioni il nostro stare in piedi ed il nostro modo di camminare e muoverci sono un riflesso della nostra storia motoria evolutiva.

Se assumiamo come progetto finale di Moshe Feldenkrais il raggiungimento di quella ‘maturità adulta’ di cui parla in Higher Judo, alla luce di quanto detto potremo schematizzarlo, facendo una prima approssimazione, in quattro livelli progressivi ed evolutivi di confronto con il campo gravitazionale.

Per entrare davvero nel Metodo Feldenkrais è essenziale cercare di sintonizzarsi con il modo di pensare del suo fondatore, con la sua genialità nel saper prendere le idee astratte e portarle a livello di azioni concrete e di esperienze per le persone, ripercorrendo i passi ed i processi mentali da lui seguiti nell’evoluzione del suo pensiero.

i quattro livelli

i quattro livelli

Nella figura sono rappresentati e schematizzati i quattro livelli in maniera semplice e facilmente differenziabili l’uno dall’altro. Andrò ora a inquadrarli meglio uno ad uno. Userò il più possibile espressioni figurate semplici ma intuitivamente comprensibili da tutti.

Livello 1 – Funzione antigravitaria ‘spenta’

Questo livello rappresenta il lavoro che, partendo dallo stare sdraiati sul pavimento permette di non andare a contrastare direttamente la gravità, cosa che invece accade nella posizione eretta. Un grande esempio di movimenti e lezioni di questo tipo è raccolto nel video ‘Movement Nature Meant’ di Ruthy Alon. Lavorare in questo modo consente di raffinare enormemente la propria sensibilità ed aggiornare ed evolvere i propri schemi motori. Il non contrastare direttamente il campo gravitazionale permette ai muscoli solitamente impegnati a gestire la propria verticalità di rilassarsi. Inoltre il muoversi in un contesto che rende impossibile la possibilità di cadere permette al sistema nervoso di liberare vaste aree neurologiche solitamente impegnate a controllare l’equilibrio. Si riduce lo sforzo ed aumenta la sensibilità. Ci si trova in un vero e proprio laboratorio per affinare la coordinazione e per deprogrammare vecchie abitudini. E’ lo spazio del ‘Si’ per il bambino, la dimensione dell’arrendersi alla forza di gravità con la possibilità di sfruttare il pavimento per sviluppare e raffinare i propri schemi base. Questo stadio evolve naturalmente nel secondo livello.

Livello 2 – Funzione antigravitaria ‘accesa’

Nel secondo livello cominciamo ad organizzarci per venire in piedi, contrastando la forza di gravità e affermandoci nella verticalità. E’ il momento del ‘NO!’, dello spingere e del venire su. Ed è il livello dell’allineamento strutturale e dello stare in piedi in una condizione di stabilità dinamica che ci consente di portare il nostro stesso peso in una maniera sana e funzionale che permette non solo di non danneggiare la nostra struttura scheletrica ma anzi di stimolarla e rinforzarla, conservandola sana ed efficiente nel tempo. La forza deve scorrere liberamente fra le polarità della struttura senza restare ‘intrappolata’ in nessuna articolazione. E’ quello che chiamiamo ‘Effetto Domino’.

E’ qui che si inserisce pienamente Bones For Life, un vero e proprio laboratorio dinamico per imparare a stimolare in maniera naturale ed in condizioni sicure la forza della nostra struttura scheletrica. Quella forza che, in una spontanea condizione di ‘allineamento dinamico’ consente a donne esili, in africa e nel sud-est asiatico, di portare elegantemente, senza sforzo e per lungo tempo, grossi pesi sulla testa. Riconosciamo questa forza della struttura nell’eleganza dei Masai in Kenia e nelle incredibili prove di forza di anziani maestri di arti marziali. Il rafforzamento delle ossa in Bones For Life è un effetto collaterale del lavoro, che si ottiene grazie alle strategie basate sul naturale principio di ‘motivazione funzionale organica’.

Bones For Life, in maniera sistematica ed efficace permette di estendere i principi dell’apprendimento organico identificati da Moshe Feldenkrais dal laboratorio della coordinazione ad un laboratorio dinamico, una serra sicura per studiare la forza e confrontarci con la gravità.

Una volta in piedi, con allineamento, radicamento e ‘connessione interna’ il lavoro evolve nel terzo livello.

 

Livello 3 – Funzione antigravitaria ‘accesa’ + movimenti nello spazio

Questo livello rappresenta la naturale evoluzione dei primi due livelli, che sono in esso contenuti. Se col primo livello abbiamo esplorato il movimento in un contesto di ‘non opposizione alla forza di gravità’ e col secondo siamo venuti in piedi, nel terzo cominciamo a muoverci nello spazio e ad esplorarlo. Ovviamente bisognerà conservare le acquisizioni di allineamento dinamico, equilibrio e fluidità di movimento propri dei primi livelli. E, sia ‘Bones For Life’ che ‘Walk For Life’ di Ruthy Alon si rivelano particolarmente preziosi per rendere facile e naturale questo passaggio.

Tuttavia c’è qualcosa in più: il concetto di percezione e di orientamento nello spazio intorno a noi. Percepire sé stessi e al tempo stesso l’ambiente intorno a sé costituisce la base per la sopravvivenza di ogni specie. Nella nostra società questa preziosa abilità è estremamente ridotta e poco coltivata. E’ un lavoro estremamente stimolante ed utile e in gran parte ancora da sviluppare.

Tutto questo ci porta al quarto livello.

 

Livello 4 – Funzione antigravitaria ‘accesa’ + movimenti nello spazio + gestione dell’imprevisto

Ricapitoliamo: col primo livello abbiamo percepito noi stessi e sviluppato le nostre abilità di base, in un contesto di ‘non confronto’ con la forza di gravità. Nel secondo livello siamo venuti in piedi e abbiamo imparato ad allinearci dinamicamente nel campo gravitazionale. Nel terzo livello cominciamo a muoverci nello spazio (camminare, saltare ecc…). Fino a questo punto abbiamo avuto un solo interlocutore, il campo gravitazionale.

Il quarto livello è ancora più avanzato: ha a che fare con il ‘gestire l’imprevedibilità’. Il mondo non è più prevedibile. Mentre attraversiamo la strada arriva una moto in corsa? La scansiamo istintivamente. Scivoliamo su una foglia bagnata non vista? Recuperiamo d’istinto l’equilibrio o cadiamo in maniera fluida e sicura. Non c’è il tempo di pensare.

E’ proprio quello che Feldenkrais chiamava ‘Maturità Adulta’: la capacità di confrontarci con le molte, imprevedibili sfide che l’ambiente ci propone senza restare intrappolati nei nostri preesistenti schemi motori o abitudini di pensiero, in tempo reale ed uscirne migliorati.

Nel Judo si chiama Randori o combattimento libero contro molti avversari che attaccano insieme e da direzioni diverse. E’ la naturale evoluzione dei livelli precedenti.

E’ interessante notare come un geniale maestro di arti marziali cinesi del secolo scorso, Wang Xiangzhai abbia seguito una strutturazione concettuale e una progressione didattica di questo tipo (partendo però dal secondo livello, in piedi) per sviluppare il suo stile, lo Yiquan, a partire dallo stile che praticava, lo Xingyiquan e dalle sue successive esperienze marziali.

In questa prospettiva acquista pienamente senso la frase di Jack Heggie che ha dato origine alla mia ricerca e alle mie considerazioni.

A maggior conferma di tutto ciò, recentemente ho riletto la tesi di laurea di Ruthy Alon che, a pagina 9, scrive:

‘Mi sono ricordata che Feldenkrais iniziò la sua ricerca sull’esplorazione del movimento quando praticava Judo, che forniva un superbo test per le abilità di movimento nella precisione della tecnica applicata con improvvisazione ed intraprendenza mentre ci si confronta con un partner che è imprevedibile, nella dimensione verticale ed in tempo reale. Questo mi ha incoraggiato ad osare di portare avanti un processo di scoperta interna orientato all’automiglioramento, uscendo dalle condizioni di serra proprie dello stare sdraiati sul pavimento, in una posizione eretta come accade nella vita reale, ed in una posizione dove è affidato alla persona stessa il prendersi la responsabilità per il proprio equilibrio e la propria postura. Ho dovuto creare un sostituto per l’atmosfera totalmente comoda di apprendimento del Feldenkrais, più dinamica ed impegnativa ma al tempo stesso sicura e quieta, riducendo così il livello di rumore al minimo, così da poter percepire le sottigliezze che compongono l’armonia dell’ auto-mobilizzazione’. (2)

L’esplorazione del terzo e, soprattutto, del quarto livello è appena iniziata, e toccherà alle nuove generazioni di Trainers e di ricercatori il portarla avanti. La direzione è quella evolutiva, del recupero e dello sviluppo del potenziale umano e della fioritura dei nostri talenti innati.

Ruthy Alon ha avuto il coraggio di fare un passo avanti. Adesso sta a noi seguirne l’esempio e fare i successivi. La strada è aperta, le prospettive grandiose.


 NOTE

(1) Moshe Feldenkrais, Introduction, pag. XII, in ‘Higher Judo’, North Atlantic Books, San Diego, 2010.

(2) Ruthy Alon, Movement Intelligence – Abstract, pag 9.
This opera is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported License.
Permissions beyond the scope of this license may be available at www.progettofeldenkrais.it

New Horizons and Futures for Bones For Life

versione italiana

This article was originally written by Raffaele Rambaldi for his participation to the Movement Intelligence Senior Trainers Training with Ruthy Alon in Israele on May 2014. It is also published on the official website of Ruthy Alon http://www.movementintelligence.com.

Article by Raffaele Rambaldi

Raffaele Rambaldi is a Certified Senior Trainer of Movement Intelligence, the umbrella designation for all of Alon’s programs - with Ruthy Alon

Raffaele Rambaldi is a Certified Senior Trainer of Movement Intelligence, the umbrella designation for all of Ruthy Alon’s programs – with Ruthy Alon in Israel on May 2014

Normally, when I am asked to introduce Bones For Life to the public, I describe it as a programme for ‘stimulating the strengthening of the bones and improving postural realignment through natural movement’.

This first simple definition has the advantage of evoking from the start two themes, posture and strengthening bones, which are not only easily understandable and recognisable by anyone, but which are particularly heard about nowadays.

Of course there is much more to it. I fully realise that in my introductions I go back to an explanatory simplification because I am well aware of the implications and the powerful repercussions of the Bones For Life programme on the improvement of quality of life not just at the physical level but also at the psychological, relational, emotional and energy levels.

In fact, although historically Bones For Life was developed to manage, prevent and tackle particularly the deeply-felt and diffuse problems linked to weakening of the bones, we are increasingly realising the extent to which its potential and applications are wide, powerful and for the most part still waiting to be developed. I like to think of Bones For Life as a revolutionary microchip, something small and powerful that can improve everything it is applied to; that can speed up a computer, make astronauts fly and at the same time give us better refrigerators and cars. I believe that we are only scratching the surface of the potential of this system.

But let’s go through it in an orderly fashion.

It is some time since it was first understood how much responsibility for many of our most socially diffuse problems and painful conditions, including weakening of the bones, can be traced back to our ‘civilized western’ way of life.

We can see for ourselves how much every technological innovation tends to weaken our motor skills, and we are becoming lazier as each day passes, progressively reducing our motor capacity. The consequences of a progressive and apparently irreversible adaptation to an unnatural lifestyle in which the mind becomes used too much (and badly) and the body too little (and badly) can be devastating for our bones and for our health in general. To reverse the tendency it becomes essential therefore to know how to find or create new opportunities for movement in our daily life which allow us to be able to keep the ‘human machine’ efficient so that it does not degenerate from ‘lack of use’ or break down from ‘misuse’.

The idea that physical movement is good for the bones is not a new one. But, to really work, the movement must have some particular indispensable characteristics and qualities linked to rhythmic pressure and the amount of force, in order to be able to evoke and resonate with the primary modalities of function of the body in the gravitational field such as walking, running, carrying weights and jumping, that is all those activities which naturally require the body to strengthen the bones. So it is not enough to ‘move’ and ‘exercise’ indiscriminately. The movement must be able to stimulate the organism, giving it a ‘functional’ motive able to stimulate and activate the natural processes of bone strengthening. Something which does not happen, for instance, to astronauts who work in space, an environment which allows the body maximum liberty of movement but which, as it does not require a stimulating interaction with gravity, does not generate in the organism the functional need to strengthen its bones. The inevitable consequence of this, and one which has caused NASA several problems, is that astronauts return to earth particularly weakened not just in their muscles but also in their bones. The principle ‘Use it or lose it’ proves itself true.

In nature activities such as walking, running, jumping and carrying weights, and generally anything which resonates with the rhythmic and elastic pressure of a dynamic walk go towards stimulating the organism to strengthen its own bones.

Unfortunately lack of movement causes bone weakness which in turn causes further reductions in movement. It is a vicious circle which is not easy to break. Also because to this is added other elements which must be managed in order to have the regenerative effect on the body; firstly the problem of the amount of force and rhythmic pressure (too little does not stimulate, too much causes damage) and then the problem relating to the creation of what we call the ‘Domino Effect’, that powerful lining up of the structure, in which pressure can run from one end to the other, without being trapped in any joint creating attrition, compression or deviation.

Ruthy Alon’s genius allowed her to isolate the law of organic movement (rhythmic pressure and level of force) a sort of ‘homeopathic’ information bank, which contains the essence of that which a dynamic walk, a run and carrying weights stimulates the body to reorganise itself and to reinforce and realign its bones, and to create a safe and protected environment able to provide a ‘greenhouse effect’ for learning appropriate to each person’s rhythm and situation.

Anyway, although Bones For Life was born out of problems linked to bones, it would be restrictive and limiting to confine it to this field.

Over the years I have been able to note the enormous implications and powerful repercussions of this work not just at a physical level but also at the psychological, relational, emotional and energy levels of the life which I practice.

The spontaneous change in posture, the greater vitality and energy, the sense of ‘being able to do it’, the improvement in performance in every field, the increase in self confidence and the inevitable reflection of all this in social life and relationships are priceless confirmations of the value and the possibilities of this work.

But there is still more.

The idea began to roll round my head right back in the time of my first Bones For Life course with Ruthy Alon in Florence in 1999. In that course there was present, among others, the late Jack Heggie, friend and Assistant Trainer in the four years of my Feldenkrais Practitioner training. At the end of the workshop Ruthy asked each of us our opinion on the work that had been done. Jack came up to the microphone and said a few brief words which have echoed round my head for years:

“Bones For Life is the second chapter of the Feldenkrais Method”.

Wow!

What did Jack mean? Did he perhaps mean that Bones For Life was a replacement for Feldenkrais? Certainly not! Too simple,

Jack Heggie at the Firenze 2 Feldenkrais Method Training (1997)

Jack Heggie at the Firenze 2 Feldenkrais Method Training (1997)

besides being wrong. And Jack was a person of few words, but always very careful and precise in what he said. He did not waste his breath or say words at random. So what did he mean, then?

These words have continued for years to float around in my head, like a puzzle to be solved. And I have continued to follow this idea and its implications bit by bit as I progress in my practice.

That there is a strong link between Bones For Life and the Feldenkrais Method is obvious and undeniable. Ruthy Alon was in fact one of the first and most advanced students of Moshè Feldenkrais and in Bones For Life she openly and completely incorporated the principles of the body’s spontaneous learning which he discovered to apply them in a different context.

To understand the meaning of Jack Heggie’s phrase I had to start from here, from the relationship between the ‘guiding thought’ of Feldenkrais and its relationship with the Bones For Life programme.

Anyway first of all it is necessary to understand the premises, that is what we mean by the Feldenkrais Method, a work completely elusive in its complexity, so much that sometimes it becomes quite difficult to define it.

One thing is certain: doing Feldenkrais does not mean mechanically repeating what the founder has already done, running the risk of stopping and becoming imitators, or still worse, imitators of imitators. The Method, besides, should not be understood as a therapy, let alone as a postural or corrective form of light gymnastics. Some people frame it as a work of ‘somatic education’ or ‘organic learning’. I would say that Feldenkrais is above all a way of thinking from which strategies and applications flow.

To come closer to understanding the Feldenkrais Method, then, it is necessary as much as possible to try to understand the thinking of its creator, in other words to tap into the thinking of a genius. To return to the essence of his vision and to recognise his project within it.

When I read his 1952 book Higher Judo, I was struck by these words:

 

‘The essential aim of Judo is to teach, help and forward adult maturity, which is an ideal state rarely reached, where a person is capable of dealing with the immediate present task before him without being hindered by earlier formed habits of thought or attitude.’  (1)

In other words, Feldenkrais considered the ability to manage and cope with the unpredictable challenges of a world in constant change, as in the original Judo of Jigoro Kano, as the sign of having reached adult maturity, in the direction of evolution and of the fullest development of the human being.

Probably he would have directed his research into movement directly and fully in this direction of an evolutionary project if he had not been disabled by the serious accident to his knee.

As many people know, in fact, in the years before the second world war he had a serious knee injury during a game of football. The orthopedic surgery of the time was not able to offer Moshe reasonable possibilities and hopes of recovery, and he decided against an operation.

Bringing together all his experience, with great determination, open mind and spirit of initiative, he began to search for and develop alternative ways of ensuring that his body could find a better way of organizing itself which would allow him to live a ‘normal’ life despite the damage to his knee. He was successful, and began walking and giving a few Judo demonstrations again.

But all this changed something in him. To solve his problem he had ended up discovering the most ancient and powerful way in which a human body learns and learns to learn. Organic Learning.

He realised that a work of ‘Somatic Education’ based on these intuitions had enormous potential. It would allow the easy and natural updating of habits of movement (and other habits); make old strategies and patterns causing pains and problems naturally obsolete, as well as opening the doors to a reawakening of the resources and the untapped potential in every human being.

His ‘evolutionary vision’; that ‘reaching full adult maturity’; that ‘rarely achieved ideal state in which a person is able to tackle the present task without being entangled by pre-existing old thought habits or attitudes’ was still the direction towards which he was heading.

But, as Goethe said, ‘once you have missed the first buttonhole you’ll never manage to button up’. And the new tools allow us to ‘start again with the first button’ and not to build on old attitudes and motor strategies which are now inadequate, not to say limiting, and in any case unproductive.

For example, to teach a form of Tai Chi Chuan you almost always start with a work in the standing position (also called the position of the ‘free’ man). In reality, for the average civilized western adult, this is anything but a neutral or ‘free’ position. Rather, the average person has already fixed and consolidated in their neurology and physiology a great number of rigid and limiting strategies and patterns which turn out to be obstacles or cause slowing down in learning the discipline which must at the same time also provide for cleaning the body of pre-existing sources of interference. It is a bit like trying to write on a sheet of paper which has previously been folded up and still has folds and creases from its former condition.

In reality our erect position, as our normal way of moving, is the result of our body’s adapting to the environment through a series of progressive acquisitions and stages, through the delicate exploratory phase of discovery and coping with the gravitational field: lying on the back, then on the belly; creeping, crawling, and finally standing up. For these reasons our standing up and our way of walking and moving are a reflection of our evolutionary motor history.

If we assume as the final project of Moshe Feldenkrais the achievement of this ‘adult maturity’ of which he speaks in Higher Judo, in the light of the above we can organise it approximately in four progressive and evolutionary levels of coping with the gravitational field.

 

the 4 levels

the 4 levels

In the figure the four levels are shown and arranged in a simple way which makes it easy to distinguish between them. I am now going to better explain them one by one. As much as possible I shall use simple figurative expressions which everyone can easily understand.

Level 1 – Antigravity function ‘off’

This level represents the work starting from our being stretched out on the floor, which allows us not to be in direct opposition to gravity, as happens on the other hand in the upright position. A great example of movements and lessons of this type is collected in the video ‘Movement Nature Meant’ by Ruthy Alon. Working in this way allows us to refine our sensitivity to an enormous extent, and to update and evolve our own motor strategies. Not going directly against the gravitational field allows the muscles which are normally used in managing one’s vertical position to relax. Besides, moving in a context which makes it impossible to fall allows the nervous system to liberate vast neurological areas normally used to control balance. Effort is reduced and sensitivity is increased. You find yourself well and truly in a workshop for improving coordination and deprogramming old habits. It is the ‘Yes’ space for the child, the dimension of giving yourself up to the force of gravity with the possibility of making use of the floor to develop and refine your basic strategies. This stage evolves naturally into the second level.

Level 2 – Antigravity function ‘on’

In the second level we begin to organize ourselves towards standing up, opposing the force of gravity and establishing ourselves in a vertical state. It is the ‘NO!’ time, the time for pushing and overcoming. And it is the level of structural alignment and standing up in a stable dynamic condition which allows us to carry our own weight in a healthy and functional manner which not only does not damage our skeletal structure but also stimulates and strengthens it, keeping it healthy and efficient over time. The force must run freely between the ends of the structure without resting ‘trapped’ in any joints. It’s what we call the ‘Domino Effect’.

And this is where Bones for Life comes in fully, being well and truly a powerful workshop for learning to stimulate the force of our skeletal structure naturally and in a safe environment. This force that, in a spontaneous condition of ‘dynamic alignment’ allows diminutive African and South-East Asian woman to carry huge weights on their head elegantly, without effort and for long periods. We recognise this structural force in the elegance of the Masai in Kenya, and in the incredible shows of force by elderly martial arts masters. The strengthening of the bones in Bones For Life is a side effect of the work, which is achieved thanks to the strategies based on the natural principle of ‘functional organic motivation’.

Bones For Life systematically and efficiently allows the extension of the principles of organic learning identified by Moshe Feldenkrais from the coordination workshop to the dynamic workshop, a safe greenhouse for studying the force and battling against gravity.

Once standing up, with alignment, rootedness and ‘internal connection’ the work evolves into the third level.

 

 Level 3 – Antigravity function ‘on’ + movement through space

This level represents the natural evolution of the first two levels, which are contained in it. While in the first level we explored movement in a context of ‘non opposition to the force of gravity’ and with the second we stood up, in the third we begin to move through space and to explore it. Obviously we will need to keep the acquisitions of dynamic alignment, balance and fluidity of movement which belong to the first levels. And, both ‘Bones For Life’ and Ruthy Alon’s ‘Walk For Life’ are shown to be particularly valuable in making this progression easy and natural.

Anyway there is something more, the concept of perception and orientation in the space around us. Perceiving oneself and at the same time the surrounding environment constitutes the basis for survival of every species. In our society this precious ability is extremely reduced and not much cultivated. It is extremely stimulating and useful work and it is mostly still to be developed.

All this brings us to the fourth level.

 

Level 4 – Antigravity function ‘on’ + movement through space + management of the unexpected

To recapitulate: with the first level we perceived ourselves and developed our basic abilities, in the context of ‘not fighting’ the force of gravity. In the second level we stood up and learned to dynamically align ourselves in the gravitational field. In the third level we began to move through space (walk, jump etc….). Up to now we have only had one partner, the gravitational field.

The fourth level is still more advanced; it has to do with ‘managing the unpredictable’. The world is no longer predictable. Does a motorcycle rush past as we are crossing the road? We instinctively get out of its way. Do we slip on an unseen wet leaf? We instinctively recover our balance or fall in a safe and flowing way. There is no time to think.

It is precisely this that Feldenkrais called ‘Adult Maturity’: the ability to cope in real time with the many unpredictable challenges which the environment throws at us without remaining trapped by our pre-existent motor strategies or thought habits, and to come through them improved.

In Judo it is called Randori or free combat against multiple attackers who attack together from different directions. It is the natural evolution of the preceding levels.

It is interesting to note how in the last century a brilliant Chinese martial arts master, Wang Xiangzhai had followed a conceptual structuring and didactic progression of this type (although starting from the second level, standing) to develop his own style, Yiquan, from the style which he practised, Xingyiquan and from its successive martial experiences.

From this perspective Jack Heggie’s phrase which started off my research and my thinking acquires its full meaning.

As a greater confirmation of all this, recently I re-read Ruthy Alon’s dissertation in which, on page 9, she writes:

 

‘I recalled that Feldenkrais started his quest of exploring movement efficiency when he practiced Judo, which is a superb test for movement skill, with precision of technique, interwoven in improvisation and resourcefulness while coping with a partner that is unpredictable, acting in the reality of vertical plain and real time. This gave me encouragement to dare to guide a process of inner discovery oriented toward auto improvement, without the greenhouse condition of lying on the floor, but in upright posture, authentic to life, and in a position where the person is committed to be responsible for their balance and posture. I had to create a substitute for the utterly comfortable Feldenkrais atmosphere of learning, that will be more dynamic and demanding, but still, will reduce the level of noise to minimum, in order to hear the subtleties which compose the harmony of self-mobilization.  (2)

The exploration of the third and, especially, the fourth level is hardly begun, and it will be up to new generations of Trainers and researchers to carry it forward. The direction is that of evolution, of the recovery and the development of human potential and of the flourishing of our innate talents.

Ruthy Alon had the courage to take a step forward. Now it is up to us to follow her example and to take the next ones. The road is open, the views impressive.

 


 NOTES

(1) Moshe Feldenkrais, Introduction, pag. XII, in ‘Higher Judo’, North Atlantic Books, San Diego, 2010.

(2) Ruthy Alon, Movement Intelligence – Abstract, pag 9.
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Le Radici Marziali del Metodo Feldenkrais

English version

Articolo di Raffaele Rambaldi

Moshe Feldenkrais è stato definito spesso un ‘uomo rinascimentale’ dei nostri tempi per la poliedrica formazione personale e per la vastità di interessi. Fisico, ingegnere, tra le prime cinture nere di Judo in Europa, attraverso il suo affascinante percorso di ricerca personale, iniziato con la ricerca di un modo per recuperare la funzionalità delle sue ginocchia gravemente danneggiate, arrivò a sviluppare un geniale metodo per l’apprendimento e l’auto-educazione attraverso il movimento dalle innumerevoli potenzialità ed applicazioni.

Per entrare davvero nel Metodo Feldenkrais è essenziale cercare di sintonizzarsi con il modo di pensare del suo fondatore, con la sua genialità nel saper prendere le idee astratte e portarle a livello di azioni concrete e di esperienze per le persone, ripercorrendo i passi ed i processi mentali da lui seguiti nell’evoluzione del suo pensiero.

Moshe Feldenkrais che pratica il judo

Nei prossimi giorni avremo l’opportunità di farlo. Avremo infatti il privilegio di ospitare in Italia Shihan Moti Nativ, esperto riconosciuto di arti marziali a livello internazionale e grande conoscitore del Metodo Feldenkrais che terrà il seminario ‘La Consapevolezza del Guerriero – La Sinergia fra le Arti Marziali e il Metodo Feldenkrais’. In due giorni Moti ci porterà a riscoprire le profonde radici marziali del Metodo, ricostruendo a ritroso il percorso attraverso il quale Feldenkrais, partendo da una personale ricerca nella autodifesa ‘da strada’, sia arrivato prima a diventare un Maestro di Arti Marziali e poi a sviluppare il geniale Metodo che prende il suo nome. Questa è davvero una eccezionale opportunità per chiunque voglia entrare più in profondità nel Metodo Feldenkrais, nelle arti marziali e in generale nel miglioramento del movimento attraverso un lavoro di consapevolezza.

Ma quale è la storia marziale di Feldenkrais?[1]

Shihan Moti Nativ  

Come ho già detto, è stato tra le prime cinture nere di Judo in Europa. Ma il percorso ‘marziale’ di Moshe inizia molto prima, con la sua attività nelle forze di difesa ebraiche (1920-1930). Arrivato in una Palestina sotto il protettorato britannico infatti, molto prima che Israele esistesse come stato indipendente, il giovane Feldenkrais entrò in contatto con l’Haganah, una organizzazione segreta che aveva come scopo primario il proteggere i coloni ebrei. All’epoca gli scontri fra ebrei ed arabi erano molto frequenti e i britannici solo limitatamente riuscivano ad impedirli. Per questa ragione si pensò di dare una formazione di difesa personale e di Ju-Jitsu ai membri dell’organizzazione.

Ma i risultati non furono per niente validi: accadeva addirittura che negli scontri reali le persone che cercavano di scappare se la cavavano molto meglio di quelle che si fermavano a combattere con il loro Ju-Jitsu e spesso avevano drammaticamente la peggio. I pochi mesi di allenamento si rivelavano insufficienti, e il tipo di formazione proposta inefficace o addirittura controproducente in un contesto reale.

Molti pensarono che il Ju-Jitsu fosse una perdita di tempo. Moshe, con il suo insolito e originale modo di pensare, capì che ci poteva essere un modo migliore di addestrare le persone. ‘Io farò il mio Ju-Jitsu’, dichiarò. E così fece.  Analizzò le tecniche di autodifesa e costruì un metodo di formazione che si rivelò più efficace. Osservò con molta attenzione il modo in cui le persone normali reagivano istintivamente, quando attaccate, e deliberatamente le spaventava, magari sbattendo la porta, prendendo nota di quale fosse la posizione e quale il comportamento che spontaneamente assumevano per reazione. Ed a partire da questa risposta istintiva, adattandola o miscelandola con tecniche di attacco e difesa del Ju-Jitsu, faceva scattare un’azione efficace o una nuova risposta difensiva. Gli allievi vennero addestrati solo per tre mesi. Dopo sei mesi di ‘non addestramento’ si verificò che erano ancora tutti capaci di difendersi usando il loro Ju-Jitsu modificato.

All’età di 27 anni, Moshe scrisse, basandosi su queste sue esperienze, il suo primo libro, Ju-Jitsu and Self-Defense (1931), il primo libro ebraico di autodifesa. Sono in molti a sostenere che la genesi delle arti marziali israeliane (Krav Maga, Kapap, etc…) possa essere ricondotta a Moshe Feldenkrais in quanto precursore dell’esplorazione degli aspetti psicologici delle situazioni di combattimento, dei principi di apprendimento e ideatore delle tecniche istintive presenti nei metodi impiegati dall’Haganah. Trasferitosi in Francia negli anni ’30, Moshe Feldenkrais fu attivo presso  il Ju-Jitsu Club de France con Kawaishi Mikinosuke.

Il testo ‘Jujitsu and Self-Defense’ fu anche il catalizzatore di una delle più significative pietre miliari della vita di Moshe, il fondamentale incontro con il professor Jigoro Kano, il fondatore del Judo, a Parigi nel 1933.

Kano, infatti, recatosi in Francia per mostrare il suo Judo, ebbe fra le mani il libro di Feldenkrais e volle conoscerne l’autore, incuriosito dalle immagini delle tecniche ideate da Feldenkrais. Durante l’incontro Moshe mostrò la sua tecnica originale di difesa contro un attacco con un coltello. Moshe fu affascinato dal concetto di ‘mente oltre il corpo’ di Kano come mezzo per l’evoluzione personale. Jigoro Kano, colpito dalla intelligenza vivace di Feldenkrais decise di puntare su di lui per poter sviluppare e diffondere il suo Judo in Occidente. E così fu: Moshe Feldenkrais divenne una delle prime cinture nere di Judo in Europa.

Le attività pratiche di Moshe nelle arti marziali possono essere seguite dal 1920 al 1952 – in Israele, Francia e Inghilterra. E’ stato attivo nel Ju-Jitsu Club francese dando un nuovo indirizzo all’insegnamento del Ju-Jitsu in Francia. Quando i tedeschi invasero Parigi, fuggì in Inghilterra dove continuò ad insegnare il Judo e la difesa personale e pubblicò i suoi libri Judo – the Art of Defense and Attack (1941), Practical Unarmed Combat (1942) e Higher Judo (1952). Jigoro Kano e i suoi allievi giapponesi apprezzarono davvero molto la sua analisi scientifica del Judo.

Mentre Moshe stava escogitando le sue personali tecniche di autodifesa e analizzando i principi del judo stava arrivando a porre i fondamenti del Metodo Feldenkrais.

Moshe pensava al Judo (e alle arti marziali in senso lato, probabilmente) come ad un punto di arrivo, l’efficacia ultima in tempo reale e nella realtà del campo gravitazionale con un partner imprevedibile [2]. Le sue ricerche probabilmente sarebbero continuate in quella direzione se non avesse avuto il grave problema dell’infortunio al ginocchio.

Nel processo per trovare un modo per recuperare la funzionalità delle sue ginocchia danneggiate cominciò a fare ricerche a 360° sul movimento umano mettendo insieme la sua personale conoscenza della fisica e delle arti marziali con discipline come anatomia, antropologia, biochimica, teorie sull’apprendimento, neurofisiologia e psicologia. Le sue conclusioni non solo lo aiutarono a superare i problemi al ginocchio ma andarono anche a migliorare la qualità generale del movimento sia di Feldenkrais stesso, sia degli amici con cui aveva condiviso le sue ricerche.

In questo modo egli sviluppò un metodo che si è rivelato applicabile non soltanto alle malattie e ai disagi ma anche al modo in cui in generale noi esseri umani possiamo vivere più pienamente la nostra vita. Quando il corpo funziona in maniera integrata molti dei dolori o fastidi spariscono o almeno aumenta la nostra capacità di gestirli. E’ un approccio che coinvolge la relazione tra mente e corpo e che ha più a che fare con il lavorare sulla qualità complessiva del movimento che non con il cercare di trattare singolarmente un problema locale. Tutto questo va ben oltre il trattare problemi o dolori. Ha a che fare con l’imparare ad usare sé stessi in maniera migliore e più efficace. Per questo è così diffuso fra sportivi, danzatori, artisti e praticanti di arti marziali di alto livello.

Migliorando la qualità del movimento, seguendo le più naturali modalità di apprendimento del nostro sistema nervoso, il lavoro di Feldenkrais permette di generare forza, velocità e potenza senza sforzo, con un tipo di training estremamente raffinato.

Ad esempio, se guardiamo un grande maestro di arti marziali, un danzatore o uno sportivo, la cosa che immediatamente notiamo è che ognuno di loro si muove con precisione, facilità, leggerezza e grazia pur essendo al tempo stesso forte ed incisivo. La maggior parte degli studenti non è in grado di fare questo, e quasi tutti ricorrono allo sforzo. Vedendo un esperto, infatti, cercano di imitarne il movimento, ma questo imitare il movimento esternamente non produce l’abilità. Il Metodo Feldenkrais si occupa dell’essenza del movimento. Attraverso l’esplorazione e l’ascolto del modo in cui ci muoviamo ed agiamo possiamo distinguere e filtrare quello che è buono per noi da quello che non lo è. E possiamo migliorare qualsiasi tecnica o movimento ci interessa apprendere con una facilità e una velocità impensabile, generando cambiamenti stabili, duraturi e significativi nelle nostre vite sia nel breve che nel lungo termine.

Moshe ha chiamato questo tipo di esperienza corporea ATM (o CAM – Consapevolezza attraverso il Movimento) che costituisce un concetto chiave del Metodo Feldenkrais.

In una intervista televisiva rilasciata alla televisione israeliana [3] Moti Nativ dice a tal proposito: ‘il Metodo Feldenkrais ha a che fare con quella che noi chiamiamo Consapevolezza Attraverso il Movimento, il cui aspetto più rilevante ha a che fare con il coltivare la nostra capacità di aggiornare e rinnovare le abitudini motorie mettendoci in condizione di poter ‘imparare ad imparare’ per tutta la vita. La parola chiave è ‘Consapevolezza’ ed ha a che fare con ogni azione che facciamo, anche con il modo in cui stiamo in piedi e come ci sediamo, e come stiamo seduti. Anche quando si è seduti, infatti, c’è necessità di essere consapevoli.’

Un corso tenuto da Moti Nativ

Ascoltando le parole di Moti Nativ mi è venuto alla mente una intervista di Moshe Feldenkrais rilasciata negli anni ’70 che ho visto durante gli anni della mia formazione come insegnante [4]. Moshe e il giovane intervistatore erano seduti l’uno di fronte all’altro, ma in maniera totalmente diversa. L’intervistatore si rese conto di questa differenza: infatti, mentre la sua postura era afflosciata e ‘scomposta’, Feldenkrais era allineato ma non rigido, presente. Sembrava, nonostante l’età, un leone. Invitato a commentare questa differenza, Feldenkrais disse qualcosa del tipo ‘da come è seduto lei dovrebbe soffrire di mal di schiena, o al collo, e probabilmente anche al ginocchio…’ L’intervistatore impallidì… Feldenkrais aveva evidentemente inquadrato bene la situazione. Ma Moshe non si fermò qui: ‘se in questa stanza entrasse un coyote, probabilmente, io riuscirei a scappare mentre lei, da come è seduto, non farebbe nemmeno in tempo a venire in piedi!’ Meraviglioso! Con poche parole aveva mostrato le sue due anime, quella da ‘guaritore’ e quella di ‘guerriero’. Il suo criterio di buona salute era sovrapponibile a quello marziale di essere ben organizzato per l’azione e la sopravvivenza, pronto per fronteggiare i cambiamenti improvvisi in un ambiente imprevedibile. Tutto questo è qualcosa che va oltre l’allineamento e la ottimale funzionalità biomeccanica. E’ sottinteso un senso di consapevolezza, di presenza, di capacità di risposta istintiva. Di essere come una tigre che ti guarda negli occhi, completamente e pienamente ‘qui’ ed ora’.

Le arti marziali, da un certo livello in poi, diventano un training per imparare a ‘sentire’ e ad agire. Un guerriero non chiacchiera di consapevolezza, la mette in pratica. E Feldenkrais ha portato tutto questo nel suo sistema che è effettivamente un training per imparare a sentire, riconoscere possibilità ed opzioni, scegliere, mettere in pratica e verificare quello che funziona meglio per noi. ‘La Consapevolezza guarisce’ come dice nel titolo del suo ottimo libro Steven Shafarman [5].  Voglio sottolineare che presenza, consapevolezza, attenzione, capacità di rimanere lucidi in condizioni di stress o di emergenza, sentirsi sicuri nel proprio corpo, nel proprio movimento, nella propria abilità di rispondere naturalmente a qualsiasi cosa succeda, non sono essenziali solo per un artista marziale o per un guerriero ma oggigiorno sono infinitamente preziosi in qualsiasi contesto della nostra vita.

Dice ancora Moti Nativ: ‘Noi prendiamo antichi metodi di combattimento che le persone una volta studiavano per usarli in guerra, ed ora li insegniamo per il loro aspetto educativo. Noi educhiamo le persone, le portiamo ad essere persone migliori’.

Oggi, nella nostra era, l’obiettivo è quello di svilupparci in maniera sana come esseri umani, ad ogni livello, spiritualmente e anche fisicamente. Le due cose vanno insieme. Moshe sviluppò il suo metodo come un lavoro di apprendimento e di consapevolezza. Fino a che si è consapevoli si può imparare qualcosa per tutta la vita e rendersi aperti al cambiamento al punto da poter dire: ok, questo non è comodo per me, posso cambiarlo verso qualcos’altro.

Possiamo permettere a noi stessi, anche all’età di 50, 60, 70 anni di continuare a muoverci in maniera corretta e naturale. Non è una utopia.

Ruthy Alon, ad esempio, la mia insegnante del Metodo Feldenkrais e di Bones For Life, ha 81 anni e si muove in un modo meraviglioso ed ogni anno sembra migliorare ancora. A frequentare gente come lei viene da mettere in discussione tante diffuse idee sull’invecchiamento.

Ruthy Alon

Avere per molti anni una insegnante come Ruthy Alon è stata una impagabile fortuna. Grandissima nella didattica, Ruthy incarna nella sua vita e nella sua pratica tutto ciò che insegna. Ed è una miniera di storie e racconti ‘di prima mano’ su Moshe Feldenkrais e sull’evoluzione del Metodo.

A tal proposito ricordo che un pomeriggio, nel secondo anno della mia formazione come insegnante Feldenkrais, Ruthy Alon ci raccontò di una sua esperienza risalente ai primi anni ’70 quando per cinque settimane si fermò alle Hawaii ad insegnare Feldenkrais. Sull’isola c’era un ottimo Dojo dove si praticava Aikido così lei prese l’abitudine di andarci tutte le mattine appassionandosi alla pratica. Un giorno volle mostrare all’insegnante le cose che facciamo nel Feldenkrais così si sdraiò in terra e cominciò a fare alcuni movimenti delle ATM. Ma l’insegnante a sorpresa le disse: ‘No, no,no! Non hai nessuna energia! Non hai nessun ki! Invece il tuo maestro ha il ki!’ [6].

All’epoca Ruthy aveva poco più di quarant’anni ed era già una delle più raffinate insegnanti Feldenkrais, all’avanguardia nell’esplorazione delle sfumature e coordinazioni più raffinate nel movimento. Queste parole la spinsero a continuare negli anni la sua ricerca nella direzione di quell’atteggiamento interiore e sottile che forse ha a che fare con quello che i giapponesi chiamano ki ed è sicuramente confluita nella creazione del suo Bones for Life, il programma per la riorganizzazione posturale e il rafforzamento delle ossa attraverso il movimento basato sulle strategie di apprendimento sviluppate da Feldenkrais. Ed oggi, Ruthy appare molto più forte, centrata e potente che in passato, nonostante siano passati quasi quarant’anni dall’incontro col maestro di Aikido. Se guardiamo bene il programma Bones For Life ci accorgiamo che va ben oltre il rafforzamento delle ossa. Anzi, cambiando prospettiva, questo beneficio sembra diventare uno straordinario effetto collaterale di un lavoro ancora più ambizioso…

Il maestro di Aikido aveva visto bene: Feldenkrais aveva il ki, parola misteriosa che affascina o sconcerta noi occidentali ma è tanto familiare nelle culture dell’estremo oriente. Infatti Feldenkrais, con la sua profonda esperienza delle arti marziali orientali e la sua frequentazione dei grandi maestri giapponesi, conosceva ed applicava nell’allenamento e nella pratica del Judo i concetti ed i principi del ki e del seika-tanden. Ma era difficile trasferire in maniera efficace in occidente questi concetti così culturalmente presenti e familiari in Giappone o in Cina. Così scelse di proporre queste idee in termini di movimento, di livelli neuromuscolari, cambiamenti e raffinamenti nella organizzazione neuromuscolare. Magari questa formulazione piaceva poco alle persone appassionate di cose misteriose, del ki e del chi. Ma funzionava, eccome, tanto che formò in questo modo nel Judo, prima di dedicarsi completamente alla ricerca e allo sviluppo del suo metodo, diversi studenti destinati a diventare nel tempo ed anche da anziani, fra i migliori al mondo e che quindi a loro volta ‘avevano il ki’. Tra l’altro lo stesso Jigoro Kano e Koizumi (autore della prefazione del libro di Feldenkrais Higher Judo) si sono sempre trovati d’accordo con Feldenkrais sulla scelta di una formulazione in termini che avevano un senso più facilmente comprensibile per le persone cresciute nella cultura occidentale.

Lo spirito marziale di Moshe Feldenkrais è profondamente inglobato nel suo sistema. Ed è significativamente presente anche lo studio che ha fatto sulla ‘struttura interna delle arti marziali’, quel tipo di organizzazione interna che permette ad anziani maestri di sovrastare, anche in tarda età, allievi più giovani e molto più forti fisicamente. Per queste e per tante altre ragioni il riscoprire le radici marziali del metodo Feldenkrais è cosa preziosissima per tutti, a qualsiasi livello. Ovviamente lo è per trarre ancora più beneficio dalla pratica del Feldenkrais. Ma lo è altrettanto per chiunque pratichi arti marziali o qualsiasi altra attività di movimento, dalla danza allo sport o vuole semplicemente sentirsi bene ed in forma.

L’intenzione finale di Feldenkrais, aveva a che fare col come possiamo diventare più maturi come esseri umani. Ed il movimento è lo strumento ideale con cui esplorare questo processo.

NOTE

[1] Per la storia marziale di Moshe Feldenkrais si veda:

  • Moshe Feldenkrais, Hadaka-Jime – Practical Unarmed Combat, prefazione di Moti Nativ, Genesis Publishing (USA), 2009
  • Moshe Feldenkrais, The extraordinary story of how Moshe Feldenkrais came to study Judo – interview with Dennis Leri, in Embodied wisdom – the collected papers of Moshe Feldenkrais edited by Elizabeth Beringer, North Atlantic Books and Somatics Resources (USA), 2010
  • Moshe Feldenkrais, Higher judo, Somatic Resources (USA), 2010
  • Moti Nativ, Martial Arts – Roots of the Feldenkrais Method – Improve survival abilities,  http://www.bujinkan-israel.co.il/46250/Improve-Survival-Abilities–Introduction

[2] Vedi l’intervista a Ruthy Alon https://progettofeldenkrais.wordpress.com/2011/01/09/un-incontro-con-ruthy-alon/

[3] Vedi su Youtube l’intervista di Moti Nativ in ebraico con sottotitoli in inglese http://www.youtube.com/watch?v=qai7sdixZJA

[4] Moshe Feldenkrais, Medicine Man: interview with Moshe Feldenkrais, available through FeldenkraisResorces.

[5] Steven Shafarmann, Conoscersi è guarire – le 6 lezioni pratiche del Metodo Feldenkrais, titolo orig. Awarness heals, Astrolabio-Ubaldini, 1997

[6] Ruthy Alon, Formazione Metodo Feldenkrais Firenze 2, anno secondo, 18 luglio 1998.
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Moti Nativ e la Consapevolezza del Guerriero

Di Candia Garibay, insegnante di Bones For Life e organizzatrice del corso tenuto da Moti Nativ in Messico

Città del Messico, 21 maggio 2010

(traduzione italiana Daniela Agazzi)

In un fresco e luminoso mattino, davanti al panorama dell’enorme albero di fico che dimora nel giardino dell’Agora Lucis Studio, il Maestro Moti Nativ inizia il suo corso1 parlando della sinergia tra le arti marziali e il Metodo Feldenkrais, e di come il brillante metodo di Moshe ha avuto radici profonde nella sua competenza del combattimento legato alla sopravvivenza.

Moti2 ha condiviso la sua esperienza del Metodo Feldenkrais, le recenti tecniche di autodifesa come il Judo e il Krav Maga, così come la conoscenza delle antiche arti marziali giapponesi del Budo taijutsu e del Ninjutsu, in ognuna delle quali ha un rango di altissimo livello.

Il corso è iniziato nel modo più semplice, prendendo consapevolezza di come ci sentivamo in quel momento. Eravamo distesi al pavimento e ascoltavamo come le varie parti del corpo si riflettevano come in uno specchio nel contatto con la terra, ascoltando la nostra immagine di noi stessi attraverso il modo in cui lasciavamo cedere il peso del corpo alla gravità. Lentamente abbiamo cominciato a compiere piccoli movimenti ascoltando come il contatto col pavimento si spostava e la distribuzione del peso si modificava.

Moti ha insistito sul prendersi cura della spesso dimenticata qualità del movimento di ritorno verso lo stato di partenza.

Abbiamo portato la nostra attenzione sulla traiettoria del movimento seguendolo dal suo inizio per tutta la trasmissione lungo il corpo; Moti ha insistito sul prendersi cura della spesso dimenticata qualità del movimento di ritorno verso lo stato di partenza. Abbiamo iniziato a praticare alcuni movimenti differenziati come il far scivolare una scapola sopra le costole e lì ho scoperto che la mia clavicola rispondeva alla curvatura della gabbia toracica e successivamente abbiamo fatto movimenti non-differenziati nei quali la scapola assisteva la rotazione della spina3. Abbiamo esplorato la risonanza del movimento con il Sé, come far scivolare una spalla faceva eco in tutto il corpo fino alle dita dei piedi e come un movimento porta al successivo. Moshe ha chiamato questo tipo di esperienza corporea ATM (o CAM – Consapevolezza attraverso il Movimento)  che costituisce un concetto chiave del Metodo Feldenkrais, del quale secondo Moti l’aspetto più importante è ‘imparare ad imparare’.

Moti ha sottolineato l’importanza di andare verso luoghi sconosciuti, oltre le abitudini e verso nuove alternative così che dal processo di apprendimento consegua la libertà di movimento.

Le istruzioni di Moti erano molto chiare e precise,  tuttavia consentivano uno spazio piacevole per esplorare modi diversi per arrivare alla stessa conclusione. Moti ha sottolineato l’importanza di andare verso luoghi sconosciuti, oltre le abitudini e verso nuove alternative così che dal processo di apprendimento consegua la libertà di movimento.

Abbiamo fatto alcune pause tra ciascun movimento nella progressione della lezione, e queste pause sono incoraggiate ogni qualvolta se ne sente il bisogno. Tornavamo spesso semplicemente sdraiati ad ascoltare il contatto e il peso del corpo sul pavimento, andando a percepire il modo in cui respiravamo, portando attenzione e comparando le sensazione attuali con quelle dell’inizio della lezione di ATM. Era meraviglioso scoprire che ad ogni pausa che ci prendevamo, la sensazione del corpo era completamente diversa come l’ampiezza del petto, la facilità con cui la spalla si poggiava al pavimento, la lunghezza degli arti e l’attivazione del centro. L’interezza del nostro Sé cambia ad ogni momento.

Gradualmente il movimento nella ATM divenne più complesso, con cambiamenti di livello, da sdraiati a seduti e poi con rotazione, in un certo qual modo riassumendo la modalità spontanea in cui il bambino arriva a sedersi. A questo punto, la sfida era di mantenere la trasmissione del movimento fluida, ho scoperto che il mio movimento su un lato era molto naturale, quasi scontato, ma l’altro lato del movimento era bloccato e il mio respiro disturbato, e anche se piano piano ho eliminato alcune interferenze interiori e direzionato il movimento, ancora la diversità tra i due lati era notevole.

Moti spiega, come ha insegnato Yochanan Rywerant, che molte delle asimmetrie nel movimento sono dovute a diverse configurazioni del sistema nervoso centrale espresse attraverso modelli di attivazione neuromuscolare.

Moti spiega, come ha insegnato Yochanan Rywerant, che molte delle asimmetrie nel movimento sono dovute a diverse configurazioni del sistema nervoso centrale espresse attraverso modelli di attivazione neuromuscolare.  I modelli più significativi sono consci o deliberati, istintivi o ereditati, appresi o più o meno automaticamente eseguiti  e modelli condizionati o influenzati da malattie croniche o acute. Quando ci muoviamo con consapevolezza, noi induciamo le innervazioni le quali portano all’organizzazione efficiente del sé a migliorare l’abilità di interagire con l’ambiente.

Quando l’ATM arrivava alla conclusione, lentamente ci mettemmo in piedi e camminammo nella sala. Il senso di me stessa fu molto piacevole, sentivo la connessione delle mie mani fino alla schiena, sentivo il mio port de bras nascere dal centro, quando ho sperimentato alcune pirouettes ho scoperto un maggior equilibrio ed energia grazie all’iniziare spontaneamente il giro dalla retrazione della scapola. E’ incredibile come un così piccolo movimento possa portare ad un maggior spins con un minor sforzo. Secondo Moti, l’azione è l’inseparabile unione del corpo e della mente, composta da pensiero, sensazione, sentimento e movimento, elementi che possono essere finemente sintonizzati divenendo consapevoli di essi.

Poi abbiamo fatto la stessa ATM insieme ad un compagno e abbiamo simulato di strozzarci a vicenda. Il mio compagno era una persona alta e in sovrappeso, che non avrei mai pensato di essere in grado di spostare nemmeno di un millimetro, e come prova di questo io infatti non riuscii al  primo tentativo a squilibrarlo, ma poi abbastanza sorprendentemente il mio corpo ricordava quello che avevamo praticato e fu molto facile spostare il mio oppositore5. In qualche modo avevo imparato a sentire il peso del corpo dell’altro in modo da poter dirigere il suo movimento dal mio centro. Con questa esperienza possiamo confermare quello che diceva Moshe ‘se fai pratica del movimento naturale costruito all’interno della tecnica l’apprendimento è più veloce’.

Come afferma Moti, tutte le lezioni di ATM sui movimenti evolutivi del bambino hanno a che fare con i movimenti usati nella formazione delle arti marziali.

Come afferma Moti, tutte le lezioni di ATM sui movimenti evolutivi del bambino hanno a che fare con i movimenti usati nella formazione delle arti marziali. In una situazione che richiede un’azione per salvare la propria vita, la persona reagisce in modo naturale anche se non conosce le arti marziali. Infatti Moshe asseriva che il miglior movimento di autodifesa è quello che viene fuori naturalmente senza pensare6.

Moshe menziona nel suo primo libro di autodifesa7 che un importante aspetto durante i momenti cruciali è di evitare di essere paralizzati. Questa risposta accade quando la persona manca di confidenza con la propria forza. Per superare la paura paralizzante, Moshe raccomandava di essere certi di respirare, sorridere o ridere anche se le circostanze non invitano questa risposta, per muoversi o assumere la Kamae che è una postura marziale di guardia che da potere al corpo. In questo lavoro, Moshe anche raccomandava di leggere il libro di Emile Coué8 sulla autosuggestione cosciente anche perché, come afferma Moti, queste idee sulle potenzialità della mente sono profondamente inglobate nel Metodo Feldenkrais.

Successivamente, Moti ci ha raccontato del percorso di Moshe a partire dalla sua giovinezza quando aveva dovuto migliorare l’efficacia del proprio combattimento col Jiu Jiutsu, fino al suo fondamentale incontro a Parigi con Jigoro Kano (il fondatore del Judo), e dei libri di autodifesa che Moshe  Feldenkrais ha pubblicato nei quali aveva posto l’accento sui molti benefici della pratica del judo come un migliore controllo del piede, l’arte del cadere, la stabilità dinamica, l’orientamento spaziale, l’uso efficace del corpo e della mente e la coordinazione dell’azione che sono tutti temi delle sue lezioni di ATM. Moti spiegava come questi concetti si sono poi concretizzati nella tesi centrale di Moshe quando ha presentato formalmente il suo metodo sostenendo che il corpo e la mente sono una realtà oggettiva e non entità correlate e costituiscono piuttosto un inscindibile intero che funziona in modo integrato.

La scoperta più sorprendente  è stata di constatare che la velocità in movimento non viene dalla forza bruta ma da una calma interiore profonda e da uno stato di attenzione ampio che permette di guidare il movimento dall’impulso iniziale seguendolo lungo la strada più diretta ed efficace.

Alla fine abbiamo messo insieme tutti gli elementi che avevamo praticato per difenderci da una minaccia armata, in coppia abbiamo usato i movimenti a spirale visti nelle lezioni di ATM per deviare dalla linea del fuoco e immobilizzare l’attaccante. La scoperta più sorprendente che ho fatto con questa esperienza è stata di constatare che la velocità in movimento non viene dalla forza bruta ma da una calma interiore profonda e da uno stato di attenzione ampio che permette di guidare il movimento dall’impulso iniziale seguendolo lungo la strada più diretta ed efficace. Secondo Moti, la respirazione non dovrebbe essere un ostacolo per il movimento e il movimento non dovrebbe essere un ostacolo per il respiro.

In questo corso ho sviluppato ulteriormente la mia profonda ammirazione per il lavoro di Moshe Feldenkrais il quale, nelle parole di Moti, era un vero guerriero nella mente, nel cuore e nello spirito. Ho vissuto su di me il processo organico di acquisizione di abilità per la sopravvivenza e per l’autodifesa che non sono utili solo in caso di confronto armato ma anche nel vivere quotidiano che richiede di raggiungere e mantenere stati mentali che guidano verso azioni efficaci e responsabili durante le situazioni di grande tensione. Ho percepito sensazioni nella mia schiena, e con esse le certezze di ciò che poteva essere sentito ma non visto; ho scoperto nuovi modi di compiere giri danzati. Ho compreso che ciò che è importante nel movimento è ciascun momento e che, nelle parole di Moti, non esiste un percorso verso la felicità perché la felicità è nel percorso. Incontrare Moti Nativ in questo corso è stato un onore e un privilegio per il quale sono profondamente grata.

Note

1Corso del Maestro Moti Nativ: La sinergia del Metodo Feldenkrais e le Arti Marziali, organizzato da Candia Garibay per Inspirah Pilates, www.inspirahpilates.com

2 Moti attualmente insegna La consapevolezza del guerriero, che è l’elemento centrale del suo Bujinkan Shiki Dojo, così nominato dal suo Maestro Masaaki Hatsumi per significare Dojo Bujinkan della Consapevolezza. E’ stato grazie alla sua pratica personale di integrazione e di consapevolezza che Moti, con la raccomandazione dei suoi medici, ha potuto evitare un intervento spinale molto serio. Per approfondire la conoscenza del lavoro del Maestro Moti Nativ, visitare www.warriors-awareness.com

3 Durente le lezioni Moti parlava un linguaggio accessibile a chiunque come:  muovi le braccia, le spalle, immagina di tenere una palla, etc. E’ stimolante notare quanto si può imparare se il processo di movimento è diretto con chiarezza.

4 “ Ascolta le sensazioni, come quando senti che c’è qualcuno dietro di te.  E’ importante percepire l’opponente con il corpo in modo che gli occhi possano guardare ciò che avviene intorno.”  – Moti Nativ

5 “Noi siamo forti, abbiamo molte potenzialità nei nostri corpi.” – Moti Nativ

6 “Se qualcuno ti attacca non puoi pensare.  Non appena ti mettessi a pensare saresti ucciso.”. – Moshe Feldenkrais. Nel video che abbiamo visto nella mostra Moshe afferma che “le lotte non sono qualcosa di organizzato come nel dojo, Le persone ti saltano addosso con bastoni e coltelli.  E tu devi tirar fuori non solo la tecnica la soprattutto lo spirito. Quindi c’è la necessità di qualcosa che funziona per la difesa e non solo per l’esibizione in un dojo in condizioni controllate. Qunado qualcuno ti attacca con un coltello non sta giocando, quindi tu non puoi analizzare l’angolo corretto di piazzare la mano secondo la tecnica, devi reagire e lo devi fare in un modo efficace se vuoi salvarti la vita.”

7 Jiu Jiutsu & Self Defense (1931)

8 Emile Coué (1922) Self Mastery through Conscious Autosuggestion. Una edizione italiana di questo testo è: Emile Coué, Il Metodo Coué – L’autosugestione cosciente, 1996, Edizioni Mediterranee.

Moshe tradusse qeusto libro in ebraico e aggiunse due suoi capitoli e Moti ha affermato che questo testo sarà presto disponibile in inglese con i capitoli di Moshe inclusi.

9 Moshe divenne un pioniere del Judo in Francia con  il sotegno e la guida dei suoi maestri  J. Kano e M. Kawaishi. Moti ha consigliato di studiare le seguenti pubblicazioni di Moshe, attualmente disponibili in inglese, sul tema della autodifesa.

– Jiu Jiutsu & Self Defense (1931)

– ABC du Judo (1938)

– Higher Judo – Ground Work (1952)

– Practical unarmed combat (1942) reedited by Moti Nativ as Hadaka-Jime The Core Technique for Practical Unarmed Combat (2009)

10 L’equilibrio instabile fornisce potere. La difesa è andare avanti.  – Moti Nativ

* Tutte le immagini di Moti sono state scattate a Tel Aviv.

Questo testo è una versione italiana del testo di Candia Garibay  Shihan Moti Nativ and Warrior Awarness. L’originale in inglese si trova al  link

http://www.inspirahpilates.com/Inspirah/Blog/Entradas/2010/11/28_Moti_Nativ_and_Warrior_Awareness.html.

Traduzione di Daniela Agazzi, per www.ProgettoFeldenkrais.it, gennaio 2011. Si permette l’uso del testo completo o parziale di questa traduzione con l’unica richiesta di citarne la fonte, sia dell’originale che della versione italiana.

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