Nuovi Orizzonti e Possibili Futuri per Bones For Life

English version

Questo articolo è stato scritto da Raffaele Rambaldi in occasione della partecipazione al Movement Intelligence Senior Trainers Training con Ruthy Alon in Israele nel maggio 2014. La traduzione inglese è pubblicata anche sul sito di Ruthy Alon http://www.movementintelligence.com.

Articolo di Raffaele Rambaldi

Raffaele Rambaldi diventa Senior Trainer di Movement Intelligence direttamente con Ruthy Alon

Nel maggio 2014 in Israele Raffaele Rambaldi è certificato – direttamente da Ruthy Alon – come Senior Trainer di Movement Intelligence – la denominazione che ora raccoglie tutti i programmi da lei creati

Solitamente, quando mi viene chiesto di presentare al pubblico Bones For Life, lo definisco come un programma per ‘stimolare il rafforzamento delle ossa e favorire la riorganizzazione e il riallineamento posturale attraverso il movimento naturale’.

Questa prima e semplice definizione ha il vantaggio di evocare da subito due temi, quello della postura e quello del rafforzamento delle ossa, che non solo sono facilmente comprensibili e riconoscibili da chiunque, ma che oggigiorno sono particolarmente sentiti.

Ovviamente c’è molto di più. Mi rendo ben conto che nelle mie presentazioni, adotto una voluta semplificazione esplicativa, perché sono ben conscio delle implicazioni e delle potenti ripercussioni del programma Bones for Life sul miglioramento della qualità della vita non solo al livello fisico ma anche ai livelli psicologici, relazionali, emozionali ed energetici.

Infatti, sebbene storicamente Bones For Life sia stato inizialmente sviluppato per gestire, prevenire ed affrontare in modo particolare le sempre più sentite e diffuse problematiche legate all’indebolimento delle ossa, ci stiamo sempre più rendendo conto di quanto il suo potenziale e le suo applicazioni siano ampie e potenti, sebbene in gran parte ancora da sviluppare. Mi piace pensare a Bones For Life come ad un rivoluzionario microchip, qualcosa di piccolo e potente che può migliorare tutto ciò cui viene applicato, che può velocizzare un computer, far volare astronavi e al tempo stesso permetterci di avere frigoriferi e automobili migliori. Credo che stiamo solo sfiorando la potenzialità di questo sistema.

Ma andiamo con ordine.

E’ da tempo che si è compreso quanta parte della responsabilità di molti dei problemi e disagi più socialmente diffusi, incluso l’indebolimento delle ossa possa essere riconducibile al nostro stile di vita ‘occidentale civilizzato’.

E’ davanti ai nostri occhi quanto ogni innovazione tecnologica tenda a fiaccare la nostra efficienza motoria ed ogni giorno che passa diventiamo più pigri, riducendo progressivamente le nostre capacità motorie. Le conseguenze di un progressivo e apparentemente irreversibile adattamento a uno stile di vita innaturale in cui la mente viene usata troppo (e male) e il corpo troppo poco (e male) possono essere devastanti per le nostre ossa e per la nostra salute in generale. Per invertire la tendenza diventa quindi essenziale sapere come trovare o creare nuove opportunità di movimento nella vita quotidiana in grado di consentirci di poter mantenere la ‘macchina umana’ efficiente ed evitare che vada in regressione da ‘non uso’ o in rovina da ‘cattivo uso’.

L’idea che il movimento fisico faccia bene alle ossa non è una novità. Ma, per farlo davvero, il movimento deve avere alcune particolari ed indispensabili caratteristiche e qualità legate alla pressione ritmica e al dosaggio della forza, in grado di poter evocare ed entrare in risonanza con le modalità primarie di funzionamento del corpo nel campo gravitazionale, come camminare, correre, portare pesi e saltare, cioè con tutte quelle attività che sollecitano il corpo naturalmente a rinforzare le ossa. Non è sufficiente quindi ‘muoversi’ e ‘fare esercizio’ indiscriminatamente. Il movimento deve essere in grado di stimolare l’organismo dandogli un motivo ‘funzionale’ in grado di stimolare ed attivare i processi naturali del rafforzamento osseo. Cosa che non succede, ad esempio, agli astronauti che operano nello spazio, un ambiente che permette la massima libertà di movimento al corpo ma che non richiede un confronto stimolante con la gravità, non generando pertanto nell’organismo la necessità funzionale di rinforzare le proprie ossa. La conseguenza inevitabile di ciò, e che ha causato parecchi problemi alla Nasa, è che gli astronauti tornano sulla terra particolarmente indeboliti non solo nei muscoli ma anche nelle ossa. Il principio ‘Usalo o perdilo’ conferma la sua validità.

In natura attività come camminare, correre, saltare e portare pesi, e in generale tutto ciò che entra in risonanza con la pressione ritmica ed elastica della camminata dinamica vanno a stimolare l’organismo a rinforzare le proprie ossa.

Purtroppo la mancanza di movimento determina un indebolimento osseo che a sua volta induce ad ulteriori riduzioni di movimento. E’ un circolo vizioso non facile da interrompere. Anche perché a questo si aggiungono altri elementi che devono essere gestiti per poter attivare la risposta rigenerante dell’organismo: per primo il problema del dosaggio della forza e della pressione ritmica (troppo poca non stimola, troppa può danneggiare) e poi quello relativo alla creazione di ciò che chiamiamo ‘Effetto Domino’, quell’allineamento dinamico della struttura, in cui la pressione può scorrere tra una polarità e l’altra, senza restare intrappolata in nessuna articolazione creando logoramento, compressioni o deviazioni.

La genialità di Ruthy Alon le ha permesso di isolare il codice del movimento organico (pressione ritmica e dosaggio della forza) una sorta di informazione ‘omeopatica’, che contiene in sé l’essenza di ciò che della camminata dinamica, della corsa e del portare pesi stimola l’organismo a riorganizzarsi e a rinforzare e rigenerare le proprie ossa, e a creare un contesto sicuro e protetto in grado di fornire ‘condizioni di serra’ per un apprendimento adatto al ritmo ed alla situazione di ogni persona.

Tuttavia, sebbene Bones For Life sia nato da problematiche legate alle ossa, sarebbe restrittivo e limitante confinarlo a questo ambito.

Col passare degli anni ho potuto constatare le enormi implicazioni e le potenti ripercussioni di questo lavoro non solo ad un livello fisico ma anche ai livelli psicologici, relazionali, emozionali ed energetici di vita in chi lo pratica.

Il cambiamento spontaneo della postura, la maggiore vitalità ed energia, il senso di ‘poter fare’, il miglioramento delle prestazioni in ogni ambito, l’aumento della fiducia in se’ stessi e gli inevitabili riflessi di tutto ciò nella propria vita sociale e relazionale sono conferme impagabili del valore e delle possibilità di questo lavoro.

Ma c’è ancora di più.

L’idea cominciò a macinare nella mia testa già durante il mio primo corso di Bones For Life con Ruthy Alon a Firenze nel 1999. In quel corso, fra gli altri, era presente il compianto Jack Heggie, amico ed Assistant Trainer nei quattro anni della mia formazione come Feldenkrais Practictioner. Alla fine del workshop Ruthy chiese ad ognuno di noi un parere sul lavoro svolto. Jack si avvicinò al microfono e disse alcune lapidarie parole che per anni hanno risuonato nella mia testa:

“Bones For Life è il secondo capitolo del Metodo Feldenkrais”.

Wow!

Cosa intendeva dire Jack? Voleva forse dire che Bones For Life era un superamento del Feldenkrais? Certamente no! Troppo

Jack Heggie alla formazione del Metodo Feldenkrais Firenze 2 (anno 1997)

Jack Heggie alla formazione del Metodo Feldenkrais Firenze 2 (anno 1997)

banale, oltre che sbagliato. E Jack era una persona di poche parole, ma sempre molto attento e preciso in quello che diceva. Non sprecava fiato o diceva parole a caso. E allora cosa intendeva dire?

Queste parole hanno continuato negli anni a muoversi nella mia testa, come un enigma da risolvere. E ho continuato a seguire questa idea e le sue implicazioni man mano che avanzavo nella mia pratica.

Che vi sia un forte legame fra Bones For Life e il Metodo Feldenkrais è ovvio ed innegabile. Ruthy Alon è stata infatti una delle prime e più raffinate allieve di Moshè Feldenkrais ed ha incorporato pienamente e dichiaratamente in Bones For Life i principi dell’apprendimento spontaneo dell’organismo da lui individuati per applicarli in un contesto diverso.

Per comprendere il senso della frase di Jack Heggie dovevo partire da qui, dalla relazione fra il ‘pensiero guida’ di Feldenkrais e la sua relazione col programma Bones For Life.

Tuttavia bisogna prima di tutto intendersi sulle premesse, ovvero su cosa intendiamo per Metodo Feldenkrais, un lavoro assolutamente elusivo nella sua raffinatezza, tanto che talvolta risulta poco facile definirlo.

Una cosa è certa: fare Feldenkrais non significa ripetere meccanicamente il ‘già fatto’ dal fondatore, correndo il rischio di fermarsi a diventarne degli imitatori, o peggio ancora, degli imitatori degli imitatori. Il Metodo, inoltre, non è da intendersi come terapia né tantomeno come una ginnastica dolce, posturale o correttiva. Qualcuno lo inquadra come un lavoro di ‘educazione somatica’ o di ‘apprendimento organico’. Io mi sento di dire che il Feldenkrais è soprattutto un modo di pensare da cui scaturiscono strategie ed applicazioni.

Per avvicinarci a capire quindi il Metodo Feldenkrais, bisogna il più possibile cercare di capire il pensiero del suo creatore, ovvero intercettare il pensiero di un genio. Risalire alla profondità della sua visione e riconoscere il suo progetto all’interno di essa.

Quando lessi il suo libro del 1952 Higher Judo, rimasi folgorato da queste parole:

‘La finalità primaria del Judo è quella di insegnare, favorire e promuovere la realizzazione della maturità adulta, che è uno stato ideale, raramente raggiunto, in cui una persona è in grado di confrontarsi con il compito e la necessità del momento presente senza essere ostacolato da preesistenti abitudini di pensiero o atteggiamenti.’ (1)

In altri termini, Feldenkrais considerava la capacità di gestire e confrontarsi con le imprevedibili sfide di un mondo in continuo cambiamento, proprie del Judo originario di Jigoro Kano, come il segno del raggiungimento della maturità adulta, nella direzione dell’evoluzione e del più pieno sviluppo dell’essere umano.

Probabilmente egli avrebbe orientato le sue ricerche sul movimento direttamente e pienamente in questa direzione di progetto evolutivo se non avesse avuto il suo grave incidente invalidante ad un ginocchio.

Come molti sanno, infatti, negli anni precedenti alla seconda guerra mondiale egli ebbe un grave infortunio ad un ginocchio durante una partita di calcio. La chirurgia ortopedica dell’epoca non era in grado di offrire ragionevoli possibilità e speranze di recupero a Moshe il quale decise di non operarsi.

Unendo tutte le sue conoscenze, con grande determinazione, mente aperta e spirito di iniziativa, cominciò a cercare e sviluppare modi alternativi per far si che il proprio corpo potesse trovare una migliore ‘auto-organizzazione’ tale da consentirgli di vivere una vita ‘normale’ nonostante la lesione al ginocchio. Ebbe successo, tornò a camminare ed a fare nuovamente qualche dimostrazione di Judo.

Ma tutto questo cambiò qualcosa in lui. Per risolvere il suo problema era andato a scoprire le modalità più antiche e potenti con cui un organismo umano impara ed impara ad imparare. L’Apprendimento Organico.

Capì che un lavoro di ‘Educazione Somatica’ basato su queste intuizioni apriva prospettive enormi. Avrebbe permesso con facilità e naturalezza di aggiornare le abitudini ‘motorie e non’, rendere naturalmente obsoleti antichi schemi e patterns alla base di dolori e problemi nonché aprire le porte ad un risveglio del potenziale e delle potenzialità inespresse in ogni uomo.

La sua ‘visione evolutiva’, quel ‘raggiungere la piena maturità adulta’, quello ‘stato ideale raramente raggiunto in cui una persona è in grado di confrontarsi con il compito presente senza essere intralciato da preesistenti e antiche abitudini di pensiero o atteggiamenti’ era ancora la direzione verso cui incamminarsi.

Ma, come diceva Goethe, ‘chi sbaglia col primo bottone non si corregge con l’abbottonatura’. E i nuovi strumenti permettevano di ‘ripartire col primo bottone’ e non costruire su schemi motori ed atteggiamenti antichi, ormai inadeguati se non limitanti, ed in ogni caso poco produttivi.

Ad esempio, per insegnare una forma di Tai Chi Chuan si parte quasi sempre con un lavoro nella posizione in piedi (chiamata anche posizione dell’uomo ‘libero’). In realtà, nell’individuo adulto occidentale civilizzato medio, questa è tutt’altro che una posizione neutra o ‘libera’. Anzi, la persona media ha già fissati e consolidati nella sua neurologia e fisiologia un gran numero di schemi e patterns rigidi e limitanti che si rivelano di ostacolo o causano rallentamento nell’apprendimento della disciplina che dovrà al tempo stesso provvedere anche a ripulire il corpo da preesistenti fonti di interferenza. E’ un po’ come voler scrivere su un foglio che è stato in precedenza accartocciato e conserva pieghe ed increspature della sua precedente condizione.

In realtà la nostra posizione eretta, così come il nostro abituale modo di muoverci, costituisce il risultato dell’adattamento all’ambiente del nostro organismo a valle di una serie di tappe ed acquisizioni progressive, attraverso le fasi delicate ed esplorative di scoperta e confronto col campo gravitazionale: stare sulla schiena, sulla pancia, strisciare, gattonare e alla fine venire in piedi. Per queste ragioni il nostro stare in piedi ed il nostro modo di camminare e muoverci sono un riflesso della nostra storia motoria evolutiva.

Se assumiamo come progetto finale di Moshe Feldenkrais il raggiungimento di quella ‘maturità adulta’ di cui parla in Higher Judo, alla luce di quanto detto potremo schematizzarlo, facendo una prima approssimazione, in quattro livelli progressivi ed evolutivi di confronto con il campo gravitazionale.

Per entrare davvero nel Metodo Feldenkrais è essenziale cercare di sintonizzarsi con il modo di pensare del suo fondatore, con la sua genialità nel saper prendere le idee astratte e portarle a livello di azioni concrete e di esperienze per le persone, ripercorrendo i passi ed i processi mentali da lui seguiti nell’evoluzione del suo pensiero.

i quattro livelli

i quattro livelli

Nella figura sono rappresentati e schematizzati i quattro livelli in maniera semplice e facilmente differenziabili l’uno dall’altro. Andrò ora a inquadrarli meglio uno ad uno. Userò il più possibile espressioni figurate semplici ma intuitivamente comprensibili da tutti.

Livello 1 – Funzione antigravitaria ‘spenta’

Questo livello rappresenta il lavoro che, partendo dallo stare sdraiati sul pavimento permette di non andare a contrastare direttamente la gravità, cosa che invece accade nella posizione eretta. Un grande esempio di movimenti e lezioni di questo tipo è raccolto nel video ‘Movement Nature Meant’ di Ruthy Alon. Lavorare in questo modo consente di raffinare enormemente la propria sensibilità ed aggiornare ed evolvere i propri schemi motori. Il non contrastare direttamente il campo gravitazionale permette ai muscoli solitamente impegnati a gestire la propria verticalità di rilassarsi. Inoltre il muoversi in un contesto che rende impossibile la possibilità di cadere permette al sistema nervoso di liberare vaste aree neurologiche solitamente impegnate a controllare l’equilibrio. Si riduce lo sforzo ed aumenta la sensibilità. Ci si trova in un vero e proprio laboratorio per affinare la coordinazione e per deprogrammare vecchie abitudini. E’ lo spazio del ‘Si’ per il bambino, la dimensione dell’arrendersi alla forza di gravità con la possibilità di sfruttare il pavimento per sviluppare e raffinare i propri schemi base. Questo stadio evolve naturalmente nel secondo livello.

Livello 2 – Funzione antigravitaria ‘accesa’

Nel secondo livello cominciamo ad organizzarci per venire in piedi, contrastando la forza di gravità e affermandoci nella verticalità. E’ il momento del ‘NO!’, dello spingere e del venire su. Ed è il livello dell’allineamento strutturale e dello stare in piedi in una condizione di stabilità dinamica che ci consente di portare il nostro stesso peso in una maniera sana e funzionale che permette non solo di non danneggiare la nostra struttura scheletrica ma anzi di stimolarla e rinforzarla, conservandola sana ed efficiente nel tempo. La forza deve scorrere liberamente fra le polarità della struttura senza restare ‘intrappolata’ in nessuna articolazione. E’ quello che chiamiamo ‘Effetto Domino’.

E’ qui che si inserisce pienamente Bones For Life, un vero e proprio laboratorio dinamico per imparare a stimolare in maniera naturale ed in condizioni sicure la forza della nostra struttura scheletrica. Quella forza che, in una spontanea condizione di ‘allineamento dinamico’ consente a donne esili, in africa e nel sud-est asiatico, di portare elegantemente, senza sforzo e per lungo tempo, grossi pesi sulla testa. Riconosciamo questa forza della struttura nell’eleganza dei Masai in Kenia e nelle incredibili prove di forza di anziani maestri di arti marziali. Il rafforzamento delle ossa in Bones For Life è un effetto collaterale del lavoro, che si ottiene grazie alle strategie basate sul naturale principio di ‘motivazione funzionale organica’.

Bones For Life, in maniera sistematica ed efficace permette di estendere i principi dell’apprendimento organico identificati da Moshe Feldenkrais dal laboratorio della coordinazione ad un laboratorio dinamico, una serra sicura per studiare la forza e confrontarci con la gravità.

Una volta in piedi, con allineamento, radicamento e ‘connessione interna’ il lavoro evolve nel terzo livello.

 

Livello 3 – Funzione antigravitaria ‘accesa’ + movimenti nello spazio

Questo livello rappresenta la naturale evoluzione dei primi due livelli, che sono in esso contenuti. Se col primo livello abbiamo esplorato il movimento in un contesto di ‘non opposizione alla forza di gravità’ e col secondo siamo venuti in piedi, nel terzo cominciamo a muoverci nello spazio e ad esplorarlo. Ovviamente bisognerà conservare le acquisizioni di allineamento dinamico, equilibrio e fluidità di movimento propri dei primi livelli. E, sia ‘Bones For Life’ che ‘Walk For Life’ di Ruthy Alon si rivelano particolarmente preziosi per rendere facile e naturale questo passaggio.

Tuttavia c’è qualcosa in più: il concetto di percezione e di orientamento nello spazio intorno a noi. Percepire sé stessi e al tempo stesso l’ambiente intorno a sé costituisce la base per la sopravvivenza di ogni specie. Nella nostra società questa preziosa abilità è estremamente ridotta e poco coltivata. E’ un lavoro estremamente stimolante ed utile e in gran parte ancora da sviluppare.

Tutto questo ci porta al quarto livello.

 

Livello 4 – Funzione antigravitaria ‘accesa’ + movimenti nello spazio + gestione dell’imprevisto

Ricapitoliamo: col primo livello abbiamo percepito noi stessi e sviluppato le nostre abilità di base, in un contesto di ‘non confronto’ con la forza di gravità. Nel secondo livello siamo venuti in piedi e abbiamo imparato ad allinearci dinamicamente nel campo gravitazionale. Nel terzo livello cominciamo a muoverci nello spazio (camminare, saltare ecc…). Fino a questo punto abbiamo avuto un solo interlocutore, il campo gravitazionale.

Il quarto livello è ancora più avanzato: ha a che fare con il ‘gestire l’imprevedibilità’. Il mondo non è più prevedibile. Mentre attraversiamo la strada arriva una moto in corsa? La scansiamo istintivamente. Scivoliamo su una foglia bagnata non vista? Recuperiamo d’istinto l’equilibrio o cadiamo in maniera fluida e sicura. Non c’è il tempo di pensare.

E’ proprio quello che Feldenkrais chiamava ‘Maturità Adulta’: la capacità di confrontarci con le molte, imprevedibili sfide che l’ambiente ci propone senza restare intrappolati nei nostri preesistenti schemi motori o abitudini di pensiero, in tempo reale ed uscirne migliorati.

Nel Judo si chiama Randori o combattimento libero contro molti avversari che attaccano insieme e da direzioni diverse. E’ la naturale evoluzione dei livelli precedenti.

E’ interessante notare come un geniale maestro di arti marziali cinesi del secolo scorso, Wang Xiangzhai abbia seguito una strutturazione concettuale e una progressione didattica di questo tipo (partendo però dal secondo livello, in piedi) per sviluppare il suo stile, lo Yiquan, a partire dallo stile che praticava, lo Xingyiquan e dalle sue successive esperienze marziali.

In questa prospettiva acquista pienamente senso la frase di Jack Heggie che ha dato origine alla mia ricerca e alle mie considerazioni.

A maggior conferma di tutto ciò, recentemente ho riletto la tesi di laurea di Ruthy Alon che, a pagina 9, scrive:

‘Mi sono ricordata che Feldenkrais iniziò la sua ricerca sull’esplorazione del movimento quando praticava Judo, che forniva un superbo test per le abilità di movimento nella precisione della tecnica applicata con improvvisazione ed intraprendenza mentre ci si confronta con un partner che è imprevedibile, nella dimensione verticale ed in tempo reale. Questo mi ha incoraggiato ad osare di portare avanti un processo di scoperta interna orientato all’automiglioramento, uscendo dalle condizioni di serra proprie dello stare sdraiati sul pavimento, in una posizione eretta come accade nella vita reale, ed in una posizione dove è affidato alla persona stessa il prendersi la responsabilità per il proprio equilibrio e la propria postura. Ho dovuto creare un sostituto per l’atmosfera totalmente comoda di apprendimento del Feldenkrais, più dinamica ed impegnativa ma al tempo stesso sicura e quieta, riducendo così il livello di rumore al minimo, così da poter percepire le sottigliezze che compongono l’armonia dell’ auto-mobilizzazione’. (2)

L’esplorazione del terzo e, soprattutto, del quarto livello è appena iniziata, e toccherà alle nuove generazioni di Trainers e di ricercatori il portarla avanti. La direzione è quella evolutiva, del recupero e dello sviluppo del potenziale umano e della fioritura dei nostri talenti innati.

Ruthy Alon ha avuto il coraggio di fare un passo avanti. Adesso sta a noi seguirne l’esempio e fare i successivi. La strada è aperta, le prospettive grandiose.


 NOTE

(1) Moshe Feldenkrais, Introduction, pag. XII, in ‘Higher Judo’, North Atlantic Books, San Diego, 2010.

(2) Ruthy Alon, Movement Intelligence – Abstract, pag 9.
This opera is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported License.
Permissions beyond the scope of this license may be available at www.progettofeldenkrais.it

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New Horizons and Futures for Bones For Life

versione italiana

This article was originally written by Raffaele Rambaldi for his participation to the Movement Intelligence Senior Trainers Training with Ruthy Alon in Israele on May 2014. It is also published on the official website of Ruthy Alon http://www.movementintelligence.com.

Article by Raffaele Rambaldi

Raffaele Rambaldi is a Certified Senior Trainer of Movement Intelligence, the umbrella designation for all of Alon’s programs - with Ruthy Alon

Raffaele Rambaldi is a Certified Senior Trainer of Movement Intelligence, the umbrella designation for all of Ruthy Alon’s programs – with Ruthy Alon in Israel on May 2014

Normally, when I am asked to introduce Bones For Life to the public, I describe it as a programme for ‘stimulating the strengthening of the bones and improving postural realignment through natural movement’.

This first simple definition has the advantage of evoking from the start two themes, posture and strengthening bones, which are not only easily understandable and recognisable by anyone, but which are particularly heard about nowadays.

Of course there is much more to it. I fully realise that in my introductions I go back to an explanatory simplification because I am well aware of the implications and the powerful repercussions of the Bones For Life programme on the improvement of quality of life not just at the physical level but also at the psychological, relational, emotional and energy levels.

In fact, although historically Bones For Life was developed to manage, prevent and tackle particularly the deeply-felt and diffuse problems linked to weakening of the bones, we are increasingly realising the extent to which its potential and applications are wide, powerful and for the most part still waiting to be developed. I like to think of Bones For Life as a revolutionary microchip, something small and powerful that can improve everything it is applied to; that can speed up a computer, make astronauts fly and at the same time give us better refrigerators and cars. I believe that we are only scratching the surface of the potential of this system.

But let’s go through it in an orderly fashion.

It is some time since it was first understood how much responsibility for many of our most socially diffuse problems and painful conditions, including weakening of the bones, can be traced back to our ‘civilized western’ way of life.

We can see for ourselves how much every technological innovation tends to weaken our motor skills, and we are becoming lazier as each day passes, progressively reducing our motor capacity. The consequences of a progressive and apparently irreversible adaptation to an unnatural lifestyle in which the mind becomes used too much (and badly) and the body too little (and badly) can be devastating for our bones and for our health in general. To reverse the tendency it becomes essential therefore to know how to find or create new opportunities for movement in our daily life which allow us to be able to keep the ‘human machine’ efficient so that it does not degenerate from ‘lack of use’ or break down from ‘misuse’.

The idea that physical movement is good for the bones is not a new one. But, to really work, the movement must have some particular indispensable characteristics and qualities linked to rhythmic pressure and the amount of force, in order to be able to evoke and resonate with the primary modalities of function of the body in the gravitational field such as walking, running, carrying weights and jumping, that is all those activities which naturally require the body to strengthen the bones. So it is not enough to ‘move’ and ‘exercise’ indiscriminately. The movement must be able to stimulate the organism, giving it a ‘functional’ motive able to stimulate and activate the natural processes of bone strengthening. Something which does not happen, for instance, to astronauts who work in space, an environment which allows the body maximum liberty of movement but which, as it does not require a stimulating interaction with gravity, does not generate in the organism the functional need to strengthen its bones. The inevitable consequence of this, and one which has caused NASA several problems, is that astronauts return to earth particularly weakened not just in their muscles but also in their bones. The principle ‘Use it or lose it’ proves itself true.

In nature activities such as walking, running, jumping and carrying weights, and generally anything which resonates with the rhythmic and elastic pressure of a dynamic walk go towards stimulating the organism to strengthen its own bones.

Unfortunately lack of movement causes bone weakness which in turn causes further reductions in movement. It is a vicious circle which is not easy to break. Also because to this is added other elements which must be managed in order to have the regenerative effect on the body; firstly the problem of the amount of force and rhythmic pressure (too little does not stimulate, too much causes damage) and then the problem relating to the creation of what we call the ‘Domino Effect’, that powerful lining up of the structure, in which pressure can run from one end to the other, without being trapped in any joint creating attrition, compression or deviation.

Ruthy Alon’s genius allowed her to isolate the law of organic movement (rhythmic pressure and level of force) a sort of ‘homeopathic’ information bank, which contains the essence of that which a dynamic walk, a run and carrying weights stimulates the body to reorganise itself and to reinforce and realign its bones, and to create a safe and protected environment able to provide a ‘greenhouse effect’ for learning appropriate to each person’s rhythm and situation.

Anyway, although Bones For Life was born out of problems linked to bones, it would be restrictive and limiting to confine it to this field.

Over the years I have been able to note the enormous implications and powerful repercussions of this work not just at a physical level but also at the psychological, relational, emotional and energy levels of the life which I practice.

The spontaneous change in posture, the greater vitality and energy, the sense of ‘being able to do it’, the improvement in performance in every field, the increase in self confidence and the inevitable reflection of all this in social life and relationships are priceless confirmations of the value and the possibilities of this work.

But there is still more.

The idea began to roll round my head right back in the time of my first Bones For Life course with Ruthy Alon in Florence in 1999. In that course there was present, among others, the late Jack Heggie, friend and Assistant Trainer in the four years of my Feldenkrais Practitioner training. At the end of the workshop Ruthy asked each of us our opinion on the work that had been done. Jack came up to the microphone and said a few brief words which have echoed round my head for years:

“Bones For Life is the second chapter of the Feldenkrais Method”.

Wow!

What did Jack mean? Did he perhaps mean that Bones For Life was a replacement for Feldenkrais? Certainly not! Too simple,

Jack Heggie at the Firenze 2 Feldenkrais Method Training (1997)

Jack Heggie at the Firenze 2 Feldenkrais Method Training (1997)

besides being wrong. And Jack was a person of few words, but always very careful and precise in what he said. He did not waste his breath or say words at random. So what did he mean, then?

These words have continued for years to float around in my head, like a puzzle to be solved. And I have continued to follow this idea and its implications bit by bit as I progress in my practice.

That there is a strong link between Bones For Life and the Feldenkrais Method is obvious and undeniable. Ruthy Alon was in fact one of the first and most advanced students of Moshè Feldenkrais and in Bones For Life she openly and completely incorporated the principles of the body’s spontaneous learning which he discovered to apply them in a different context.

To understand the meaning of Jack Heggie’s phrase I had to start from here, from the relationship between the ‘guiding thought’ of Feldenkrais and its relationship with the Bones For Life programme.

Anyway first of all it is necessary to understand the premises, that is what we mean by the Feldenkrais Method, a work completely elusive in its complexity, so much that sometimes it becomes quite difficult to define it.

One thing is certain: doing Feldenkrais does not mean mechanically repeating what the founder has already done, running the risk of stopping and becoming imitators, or still worse, imitators of imitators. The Method, besides, should not be understood as a therapy, let alone as a postural or corrective form of light gymnastics. Some people frame it as a work of ‘somatic education’ or ‘organic learning’. I would say that Feldenkrais is above all a way of thinking from which strategies and applications flow.

To come closer to understanding the Feldenkrais Method, then, it is necessary as much as possible to try to understand the thinking of its creator, in other words to tap into the thinking of a genius. To return to the essence of his vision and to recognise his project within it.

When I read his 1952 book Higher Judo, I was struck by these words:

 

‘The essential aim of Judo is to teach, help and forward adult maturity, which is an ideal state rarely reached, where a person is capable of dealing with the immediate present task before him without being hindered by earlier formed habits of thought or attitude.’  (1)

In other words, Feldenkrais considered the ability to manage and cope with the unpredictable challenges of a world in constant change, as in the original Judo of Jigoro Kano, as the sign of having reached adult maturity, in the direction of evolution and of the fullest development of the human being.

Probably he would have directed his research into movement directly and fully in this direction of an evolutionary project if he had not been disabled by the serious accident to his knee.

As many people know, in fact, in the years before the second world war he had a serious knee injury during a game of football. The orthopedic surgery of the time was not able to offer Moshe reasonable possibilities and hopes of recovery, and he decided against an operation.

Bringing together all his experience, with great determination, open mind and spirit of initiative, he began to search for and develop alternative ways of ensuring that his body could find a better way of organizing itself which would allow him to live a ‘normal’ life despite the damage to his knee. He was successful, and began walking and giving a few Judo demonstrations again.

But all this changed something in him. To solve his problem he had ended up discovering the most ancient and powerful way in which a human body learns and learns to learn. Organic Learning.

He realised that a work of ‘Somatic Education’ based on these intuitions had enormous potential. It would allow the easy and natural updating of habits of movement (and other habits); make old strategies and patterns causing pains and problems naturally obsolete, as well as opening the doors to a reawakening of the resources and the untapped potential in every human being.

His ‘evolutionary vision’; that ‘reaching full adult maturity’; that ‘rarely achieved ideal state in which a person is able to tackle the present task without being entangled by pre-existing old thought habits or attitudes’ was still the direction towards which he was heading.

But, as Goethe said, ‘once you have missed the first buttonhole you’ll never manage to button up’. And the new tools allow us to ‘start again with the first button’ and not to build on old attitudes and motor strategies which are now inadequate, not to say limiting, and in any case unproductive.

For example, to teach a form of Tai Chi Chuan you almost always start with a work in the standing position (also called the position of the ‘free’ man). In reality, for the average civilized western adult, this is anything but a neutral or ‘free’ position. Rather, the average person has already fixed and consolidated in their neurology and physiology a great number of rigid and limiting strategies and patterns which turn out to be obstacles or cause slowing down in learning the discipline which must at the same time also provide for cleaning the body of pre-existing sources of interference. It is a bit like trying to write on a sheet of paper which has previously been folded up and still has folds and creases from its former condition.

In reality our erect position, as our normal way of moving, is the result of our body’s adapting to the environment through a series of progressive acquisitions and stages, through the delicate exploratory phase of discovery and coping with the gravitational field: lying on the back, then on the belly; creeping, crawling, and finally standing up. For these reasons our standing up and our way of walking and moving are a reflection of our evolutionary motor history.

If we assume as the final project of Moshe Feldenkrais the achievement of this ‘adult maturity’ of which he speaks in Higher Judo, in the light of the above we can organise it approximately in four progressive and evolutionary levels of coping with the gravitational field.

 

the 4 levels

the 4 levels

In the figure the four levels are shown and arranged in a simple way which makes it easy to distinguish between them. I am now going to better explain them one by one. As much as possible I shall use simple figurative expressions which everyone can easily understand.

Level 1 – Antigravity function ‘off’

This level represents the work starting from our being stretched out on the floor, which allows us not to be in direct opposition to gravity, as happens on the other hand in the upright position. A great example of movements and lessons of this type is collected in the video ‘Movement Nature Meant’ by Ruthy Alon. Working in this way allows us to refine our sensitivity to an enormous extent, and to update and evolve our own motor strategies. Not going directly against the gravitational field allows the muscles which are normally used in managing one’s vertical position to relax. Besides, moving in a context which makes it impossible to fall allows the nervous system to liberate vast neurological areas normally used to control balance. Effort is reduced and sensitivity is increased. You find yourself well and truly in a workshop for improving coordination and deprogramming old habits. It is the ‘Yes’ space for the child, the dimension of giving yourself up to the force of gravity with the possibility of making use of the floor to develop and refine your basic strategies. This stage evolves naturally into the second level.

Level 2 – Antigravity function ‘on’

In the second level we begin to organize ourselves towards standing up, opposing the force of gravity and establishing ourselves in a vertical state. It is the ‘NO!’ time, the time for pushing and overcoming. And it is the level of structural alignment and standing up in a stable dynamic condition which allows us to carry our own weight in a healthy and functional manner which not only does not damage our skeletal structure but also stimulates and strengthens it, keeping it healthy and efficient over time. The force must run freely between the ends of the structure without resting ‘trapped’ in any joints. It’s what we call the ‘Domino Effect’.

And this is where Bones for Life comes in fully, being well and truly a powerful workshop for learning to stimulate the force of our skeletal structure naturally and in a safe environment. This force that, in a spontaneous condition of ‘dynamic alignment’ allows diminutive African and South-East Asian woman to carry huge weights on their head elegantly, without effort and for long periods. We recognise this structural force in the elegance of the Masai in Kenya, and in the incredible shows of force by elderly martial arts masters. The strengthening of the bones in Bones For Life is a side effect of the work, which is achieved thanks to the strategies based on the natural principle of ‘functional organic motivation’.

Bones For Life systematically and efficiently allows the extension of the principles of organic learning identified by Moshe Feldenkrais from the coordination workshop to the dynamic workshop, a safe greenhouse for studying the force and battling against gravity.

Once standing up, with alignment, rootedness and ‘internal connection’ the work evolves into the third level.

 

 Level 3 – Antigravity function ‘on’ + movement through space

This level represents the natural evolution of the first two levels, which are contained in it. While in the first level we explored movement in a context of ‘non opposition to the force of gravity’ and with the second we stood up, in the third we begin to move through space and to explore it. Obviously we will need to keep the acquisitions of dynamic alignment, balance and fluidity of movement which belong to the first levels. And, both ‘Bones For Life’ and Ruthy Alon’s ‘Walk For Life’ are shown to be particularly valuable in making this progression easy and natural.

Anyway there is something more, the concept of perception and orientation in the space around us. Perceiving oneself and at the same time the surrounding environment constitutes the basis for survival of every species. In our society this precious ability is extremely reduced and not much cultivated. It is extremely stimulating and useful work and it is mostly still to be developed.

All this brings us to the fourth level.

 

Level 4 – Antigravity function ‘on’ + movement through space + management of the unexpected

To recapitulate: with the first level we perceived ourselves and developed our basic abilities, in the context of ‘not fighting’ the force of gravity. In the second level we stood up and learned to dynamically align ourselves in the gravitational field. In the third level we began to move through space (walk, jump etc….). Up to now we have only had one partner, the gravitational field.

The fourth level is still more advanced; it has to do with ‘managing the unpredictable’. The world is no longer predictable. Does a motorcycle rush past as we are crossing the road? We instinctively get out of its way. Do we slip on an unseen wet leaf? We instinctively recover our balance or fall in a safe and flowing way. There is no time to think.

It is precisely this that Feldenkrais called ‘Adult Maturity’: the ability to cope in real time with the many unpredictable challenges which the environment throws at us without remaining trapped by our pre-existent motor strategies or thought habits, and to come through them improved.

In Judo it is called Randori or free combat against multiple attackers who attack together from different directions. It is the natural evolution of the preceding levels.

It is interesting to note how in the last century a brilliant Chinese martial arts master, Wang Xiangzhai had followed a conceptual structuring and didactic progression of this type (although starting from the second level, standing) to develop his own style, Yiquan, from the style which he practised, Xingyiquan and from its successive martial experiences.

From this perspective Jack Heggie’s phrase which started off my research and my thinking acquires its full meaning.

As a greater confirmation of all this, recently I re-read Ruthy Alon’s dissertation in which, on page 9, she writes:

 

‘I recalled that Feldenkrais started his quest of exploring movement efficiency when he practiced Judo, which is a superb test for movement skill, with precision of technique, interwoven in improvisation and resourcefulness while coping with a partner that is unpredictable, acting in the reality of vertical plain and real time. This gave me encouragement to dare to guide a process of inner discovery oriented toward auto improvement, without the greenhouse condition of lying on the floor, but in upright posture, authentic to life, and in a position where the person is committed to be responsible for their balance and posture. I had to create a substitute for the utterly comfortable Feldenkrais atmosphere of learning, that will be more dynamic and demanding, but still, will reduce the level of noise to minimum, in order to hear the subtleties which compose the harmony of self-mobilization.  (2)

The exploration of the third and, especially, the fourth level is hardly begun, and it will be up to new generations of Trainers and researchers to carry it forward. The direction is that of evolution, of the recovery and the development of human potential and of the flourishing of our innate talents.

Ruthy Alon had the courage to take a step forward. Now it is up to us to follow her example and to take the next ones. The road is open, the views impressive.

 


 NOTES

(1) Moshe Feldenkrais, Introduction, pag. XII, in ‘Higher Judo’, North Atlantic Books, San Diego, 2010.

(2) Ruthy Alon, Movement Intelligence – Abstract, pag 9.
This opera is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported License.
Permissions beyond the scope of this license may be available at www.progettofeldenkrais.it

Towards the Fitness of the New Millennium: the Social Contribution of the Bones For Life Programme

versione italiana

This article was originally written by Daniela Agazzi for her participation to the Movement Intelligence Senior Trainers Training with Ruthy Alon in Israele on May 2014. It is also published on the official website of Ruthy Alon http://www.movementintelligence.com.

 

 by Daniela Agazzi

The strategies of the programme which traces its origins to the Feldenkrais Method, from the Weber-Fechner law through the original principles of the use of pressure and the use of weight loads in the Bones For Life programme towards a new approach to fitness which contributes to the development of the civilized human being.  

 

The origins of the Bones For Life programme from the principles of the Feldenkrais Method

Daniela Agazzi  is certified Senior Trainer in Movement Intelligence with Ruthy Alon - Israel may 2014

Daniela Agazzi is a certified Senior Trainer in Movement Intelligence – the umbrella designation for all of Ruthy Alon’s programs – with Ruthy Alon Israel may 2014

 ‘The more advanced Technology gets, the poorer civilized man’s fitness seems to become. The quality of personal movement coordination in the culture is lagging behind the inventive capacity of human’s mind faculty to provide solutions for life needs. Growing in age, people tend to lose the ease of moving, as well as the primal intelligence which could lead them to a more gratifying use of their body. With walking done with difficulty, distortion of posture, faces expressing suffering, the civilized human tend to reach a condition which would not have allowed him to survive in pre- cultural natural reality.

If Pre-historic man would not have been able to walk well, let alone to run, he would not have survived, and we would not be here today. In the language of evolution a skillful movement is equal survival. Fortunately civilization is allowing us to exist with lower standards, but with the acceptance of less than satisfactory mobility, we also lose the joy of existence which is inherent in moving freely.
Those people who intentionally take responsibility for their personal ecology, and are willing to invest in restoring their quality of moving, may find many available methods for building up fitness, but most of these methods might be irrelevantly exaggerated or do not answer the basic need for natural movement which serves life.’ [1]

How does the Bones For Life programme claim to be different and innovative? What are the strategies which accompany the aim of updating human beings’ fitness?

The Bones For Life programme, created by Ruthy Alon, has its origins in the principles of the Feldenkrais Method. Ruthy Alon is in fact a Senior Trainer of the Feldenkrais Method; she had direct contact with the genius Moshe Feldenkrais for some 40 years and has taught and still teaches this Method in many countries throughout the world. Her contribution could not fail to be influenced by this long experience in her own life.

The Weber-Fechner law

Moshe Feldenkrais, the founder of the method which bears his name, based this innovative approach on the Weber-Fechner law. This is a general psychological law splendidly described and placed in its historical and cultural context in a 1997 article by Feldenkrais Method Trainer Dennis Leri. This law relates

‘the degree of response or sensation of a sense organ and the intensity of the stimulus.’ [2]

In practice, what happens in our everyday life? If you are on a sunlit beach at midday and light a candle, can you notice the difference in the quantity of light? If you are in an extremely silent place, such as in the countryside, far from the city, you can hear a car arriving from the approach of its noise, but if you are in a chaotic city centre in the middle of a traffic jam does anything change if one more car arrives? The Weber-Fechner law tells us that we often cannot notice the auditory stimulus of the arrival of a car but that this ability of the nervous system depends on the context of the background stimulus.

With his Method Dr. Moshe Feldenkrais showed us that to improve the learning of the nervous system it is necessary to reduce the effort (and obviously the basic muscle tone) and that this allows the development of our own motor sensitiveness which will be at the service of the learning. The Weber-Fechner law allowed him to state what he intuitively knew through experience. In other words, the greater the background noise the less we are able to hear small and subtle stimuli. It is a physiological phenomenon which is held to be valid for almost all our senses. And thus it is reasonable to suppose that the more the muscle effort or background noise in an action is reduced, the greater will be our ability to feel and perceive what we are doing. It may be deduced from this that the intentional reduction of effort will be significant for the ability to learn better ways of acting.
Ernst Heinrich Weber (1795-1878), a German anatomist and physiologist, first introduced the concept of ‘just noticeable difference’ that is the smallest perceptible difference between two similar stimuli. Weber’s empirical observations were then expressed in a mathematical formula by Gustav Theodor Fechner, who called his formula Weber’s Law. [3]

The Weber-Fechner principle allows us to relate quantity and quality in movement. The Feldenkrais Method teaches us to reduce the basic stimulus and allows us to learn to perceive the just noticeable differences at lower thresholds than normal. Learning with minimum effort is already a satisfaction in itself, given that movement becomes particularly easy and pleasant, but it turns out to be only a strategy which allows the true and deepest learning that renews our whole neuromotor organisation of everyday actions. The Feldenkrais Method places us once more at the moment in which our dynamic habits are built on the base of life experience. And in the light of recent discoveries, which came about thanks to studies in neuroscience, we now know how much our experience, based on sensorimotor perception, is plastic and susceptible to great development. [4]

The sensorimotor activities of the human species were built over millions of years of evolution. The evolutionary processes are the basis of the habits of our species. At the phylogenetic level they carry a inherited knowledge which has been perfected and refined and which has allowed the species to survive over time, while at the ontogenetic level they embody in our personal history the events of our life as single individuals and of the cultural group to which we belong.
What allows learning is the ability to perceive differences; the sensitiveness that allows us to recognise what we are doing and to give it significance in relation to a basic context. If there are no differences there is no meaning and there will be no learning. In fact our nervous system is more able to perceive the margin between two stimuli in comparison – relative perception – than one stimulus taken alone – absolute perception.

By means of its particular structure a Feldenkrais lesson evokes the ancient phylogenetic dynamics of organic learning, and adding to it an intelligent re-elaboration of ontogenetic skills allows us to do more, and better, with less effort.
An idea which is certainly not often found in the world of movement education. The specific skills of the species are being ever more often forgotten and left behind in our repertoire of human movement, lost as we are in chasing after the idea of power even at the expense of harmony. And we do not realise that this way of behaving distances us from the protective organic ability to perceive the body and the quality of our actions.

The Feldenkrais lesson makes us perceive again these ancient skills, and happens like a sort of re-discovery of a way of act, of thinking and of being ourselves which permits us to learn throughout our lives increasingly delicate, refined and healthy aspects of experience ourselves in the world. We cultivate the perception of small differences. We are going to move the threshold above which we can pick out the barely perceptible differences. Regarding the perception of weight in fact – which at the proprioceptive level constitutes a particularly determining element – according to the Weber-Fechner law we can perceive the difference of around 1/20 of what we are already carrying. Naturally this varies from person to person. It also varies according to several other factors, but the simplest approximation of the human ability to perceive the difference in weight is that we can feel a difference of from 1/20 to 1/40, if we are particularly sensitive.
New distinctions and acquisitions may be made thanks to sensorimotor operations of more recent and refined differentiation. Our attention is aroused by unusual differences. And the boundaries under which we do not perceive anything and over which we perceive something will finally be changed. And new habits may thus be formed. The Weber-Fechner law shows the perceptive habits that our species uses to live in the world. The various boundary points between the basic stimulus and the stimulus of emerging perception are established by us as learned habits. Consequently, using the specific skills of our species, we can reorganise these habits and facilitate learning which is, indeed, a creation of habits.

The operating implications of the Weber-Fechner law show us that there exists a feedback loop between effort and sensitiveness. If the muscle is working under a heavy load there will be less perceptive discernment therefore small differences related to the quality of movement will not be perceived. And this will condition the individual’s organisation of movement. Every human being has in their organisation a certain basic level of muscle tone and in any action, movement or functional activity that we carry out there will be a certain amount of effort involved. And the person can normally perceive the difference in quality between one course of action or another. But if the basic context is a muscle tone which is weary or overloaded by effort or tension then it will have much lower sensitiveness to discerning between one way of behaving and another. The less efficient the base movement, the less chance I will have of discerning its quality. Thus the effect will be that the skill of discernment diminishes even more and the effort goes up, making things worse in a vicious circle. By the organism’s natural homeostasis process it will tend to create a new basic equilibrium of progressively worse quality.

But the Feldenkrais Method allows us to initiate a virtuous circle. If we can find the way to reduce the effort so as to be able to perceive the smallest differences it will be possible to create the space for the freedom of choice between different ways of behaving. The muscles will become freer to function in a better way if freed from the overload, and by a very happy coincidence, the nervous system is freer to learn.

The innovation of the Bones For Life programme

This is the basic theoretical context on which the Bones For Life programme has been taking life and shape, thanks to Ruthy Alon, from 1998. She herself clearly describes its purpose.

‘I had to find a way to use the autonomous learning principles of the organism from the Feldenkrais method, and apply them in a totally different context. The challenge was how to guide rhythmic movement with powerful stomping that will resonate in every bone, without missing the inner exploration leading to quality? How to be faithful to harmony, which can yield the inner transformation, and correct itself, when performing a dynamic, challenging task? How to activate pace-specific intense movement, without falling into the trap of ambition and excessive effort, sacrificing one’s self and denying the subtleties which can correct?’ [5]

So it was a question of finding a way of developing a balance between effort and sensitiveness using the language which nature has

Ruthy Alon teaching in Israel - may 2014

Ruthy Alon teaching in Israel – may 2014

given us to the end of improving the execution of dynamic activities.
Sensitiveness has to do with malleability, self-awareness, adaptability, mobility and fluidity. Sensitivity is about being ready to receive and to perceive. When we are physically or emotionally tense and on the defensive it becomes more difficult to perceive oneself, move freely to carry out any action, or to communicate easily with others. So sensitiveness is the foundation for an appropriate and effective action.

Force is related to solidity, weight, taking decisions, determination and stability, as well as those qualities of physical and mental organisation like rootedness, resolution and tenacity. It involves the elements of power and control. Without force we are not able to act efficiently.
Force and sensitivity are intimately connected. Force which is not balanced by sensitivity will be hard, tense and uncontrolled, and sensitivity not balanced by force will be weak and inefficient. The balance and the integration between force and sensitivity allows a harmonious, comfortable and efficient action. Using this form of physical organisation also produces an emotional state with interior stability and force of will, and this sensation of internal force is crucial for the development of the ability to tackle any personal challenge.

In fact a really ‘fit’ person is someone who can respond creatively to life’s continuously changing demands. As the important research into stress by Hans Selye [6] has shown us, people who experience too many changes in too short a time often fall ill. In this frenetic world living effectively generally requires the ability to make rapid decisions, interact effectively with different types of people, assimilate vast quantities of information and adapt to all kinds of unexpected changes. This high quality fitness demands a flexible integration of mind and body.

In this rediscovered spirit of balance between force and sensitivity it is possible to tackle those dynamic tasks which take place in a context as similar as possible to that of everyday life, and above all if they take place in minimal doses and in a protected environment, they will trigger a positive process of reorganization at the neuromotor level which will create a strengthening of the whole structure of the organism and the person will develop a powerful, balanced and efficient self-image.

‘I recalled that Feldenkrais started his quest of exploring movement efficiency when he practiced Judo, which is a superb test for movement skill, with precision of technique, interwoven in improvisation and resourcefulness while coping with a partner that is unpredictable, acting in the reality of vertical plain and real time. This gave me encouragement to dare to guide a process of inner discovery oriented toward auto improvement, without the greenhouse condition of lying on the floor, but in upright posture, authentic to life, and in a position where the person is committed to be responsible for their balance and posture. I had to create a substitute for the utterly comfortable Feldenkrais atmosphere of learning, that will be more dynamic and demanding, but still, will reduce the level of noise to minimum, in order to hear the subtleties which compose the harmony of self-mobilization.’ [7]

And with the Bones For Life programme we can do precisely that. Bones For Life transmits the language of force to our nervous system. Walking, running, jumping and all the energetic movements of life are reconstructed from within and can be carried out with ever greater ease and success by anyone. The strategies applied are, however, derived from the Feldenkrais Method. With Bones For Life the laboratory of coordination and learning of the nervous system is completed with the introduction to the use of force in the dynamic movement patterns. And this is its novelty.

Lifting weights: wise strenghtening

Process number 47 of the Bones For Life programme, called Lifting Weights, defined also as ‘wise strenghtening’, is a striking example of how one single principle behind a specific strategy – chosen in this case to obtain the strenghtening of the body – can be applied in many different other ways to develop the infinite possible uses of the programme.
The Bones For Life programme, whose development was stimulated by the research into good movement for the strengthening of bone tissue, has proved to be of much broader application. And in fact the strategies for good movement can actually lead to strengthening and development of the whole body structure, certainly not just of the bone tissue which however is still a ‘bonus’ effect of the work.
In the words of Ruthy Alon

‘The significant factor most evident as influencing bone strength is the lifting of weights. The BFL program copes with this activity in a way that is very different from the conventional model, in which weights are being lifted in a gym. With the commitment to safety first, the weights are lifted in the program only when the back is supported by the wall, with extra padding in the lumbar area, in order to limit the upsetting of the lower back vertebrae and preventing them from overreaction to the effort of lifting weight. The trajectory of the arm raising the weight is outlining a spiral configuration, within rotation around its own axis. This way it is gradually engaging one vertebra after another, within proportional cooperation of the total back, without threatening any specific point. Raising the weights in this safe way is gaining a progressive strengthening of the bone within good feeling of self-empowerment.’ [8]

In this process Lifting weights, it is actually normal to use light gym weights of around 500 grams. The main work is above all the learning done by the nervous system. The position in which the movement is carried out is standing and leaning on the wall with a particular protection strategy which prevents the lumbar zone – typically at risk in weightlifting – from acting with unsuitable coordination.

The weights are lifted with the hands. Loads of less than 500 grams can also be used, for example using small objects easily manageable with one hand until reaching the point of symbolic weights such as balls made of paper or rolled-up tights. Depending on the student’s physical state we can use any weight which does not interfere with the protected safe environment in which they are going to work. In this way we permit the nervous system to learn the correct coordination and to create from the beginning a neurological association of this type of movement with a weight, albeit very light, which is not part of their own body.
But after that we might want also to use the opposite strategy. We could progress with small increases in weight, so light that the student does not perceive them as an increase in the weight to be borne. We use the Weber-Fechner law in reverse, remaining below the threshold of the just noticeable difference in weight. With this system we can gradually and safely bring a student to lifting even heavy weights, maintaining and making always easier the acquisition of good coordination with the neurological connections to the chosen movement.

Given that according to the Weber-Fechner law human beings who hold a 10 kg weight in their hands are able to recognise a difference in weight of from one twentieth to one fortieth, that is 500 or 250 grams, in this case we will be able to increase the weight by approximately 150 grams without the student recognising any perceived difference. Thus the student’s internal emotional spirit would not be disturbed by thoughts of possible failure or by demands of excessive effort which might evoke counterproductive habitual motor patterns. The motor coordination learned would be reinforced and at the neurological level it would be possible to have a marked engraving on the person’s nervous tissue. And besides this all the other components of movement – the muscles – would have a minimal increase in the working weight which would be registered and developed. A win-win system in every respect. And we must not imagine that unknown quantities of time would be needed to achieve a strengthening – hours and months of repeated activities which require little muscular effort. Neuroscience reassures us that the nervous system can learn even in relatively rapid way, especially if the stress responses are not activated, and will thus be able to give the necessary signals to the organism for it to reinforce the musculature and all the structures connected to the movement.

There are also other processes in the programme in which this strategy of minimal and progressive load is used. Perhaps the most obvious is the ‘crown’ on the head which offers the possibility of gradually adding weights to carry. This is actually process number 20 The water carriers’ walk which uses the typical Bones For Life rolled cloth as a donut-shaped crown to wear on the head. The very presence of the cloth constitutes a load of extra-corporeal weight which will stimulate a reflex action of upwards elongation of the whole spinal column in order to sustain it. The process itself was sparked off by the tradition of African and Asian women of carrying significant weights on their heads, guaranteeing themselves a flexible and effective posture and walking style over long distances. We can gradually insert small objects into the crown and gradually increase the weight accustoming the organism to an elastic and elegant movement.

Starting from these examples and from the theory that we have seen above we notice that we hold in our hands the simple and powerful tools to be able to redesign the very nature of a fitness programme and that this ability can turn out to be a preparation for any type of sporting activity at amateur or professional level. In a first phase the Weber-Fechner law can be used to develop the sensitivity which will be the environment in which coordination can be improved and then, using the same criteria in the opposite way, we can work towards the strengthening of the whole structure of the body.

For a hypothesis of diffusion: a possible social contribution

With my experience of movement and of somatic education [9] I have often reflected on what could be the ways to introduce the important educative innovations which derive from the field of somatic education and particular from the Bones For Life programme into lessons of all types of movement.

The integration of the methods of somatic education into movement lessons would broaden the concept of physical education well beyond the current boundaries of sporting and fitness activities. Teaching movement would embrace the theme of the body and of movement as it is applied in every human field and the teachers of movement would become consultant experts involved in a vast array of activities.

Physical education, broadly speaking, is the study of that which is living being in the human body. It is an intensely practical study of what it means to live well and all the important human themes can be tackled through their somatic component. Moreover, I would go so far as to say that they cannot be tackled with maximum effectiveness without paying some attention to their somatic component.

It is the essential insight into the neurological connection between sensitiveness, awareness, action and development of the skill which makes Bones For Life successful. The body’s need to sustain its own weight, the same need to strengthen itself to carry out everyday activities and activities with a slightly higher motor demand elicit the organism’s spontaneous response.
Sensitivity must be considered first but then it becomes crucial for a re-education and for a high level of fitness. People often exercise whilst watching TV, talking on the telephone or listening to music. These practices actually do not encourage sensitivity. Besides, there is the common and sad conviction that we cannot be fit and healthy unless we exercise with great effort. Give priority to quality over quantity, organization over effort and awareness over force is an innovative idea. It is a revolution and is destined to succeed in the long term. This will help us to achieve better results, more stable and in a shorter time.

It has sometimes happened that my students have improved in a single lesson or two. But then they went back to the gym, repeated the movements as they had done in the past, and went back to having their troubles. Some realised that the very way in which they were exercising was creating difficulties for them but still wanted to be ‘fit’ and to tackle the hard fitness routine.
The solution which I found to help my students was that of giving them some simple indications of how to tackle their habitual fitness practices. Basing my ideas on what they told me I helped them to modify a few small aspects of their work in such a way that the exercises became an opportunity to be more sensitive and to learn. Each piece of advice addressed a particular issue for the individual student. When I teach I am busy with objective questions of posture and movement seen in their entirety as manifestations and causes of subjective states of sensitivity, perception, emotion and thinking. It is an educational process which can be undertaken as a preventative practice, before any problems have the chance to develop, or as a way of regaining one’s own well-being if necessary but also as a tool for developing high performances of all types. Somatic innovations are a key element in helping people to be healthy and productive.

But this contribution of mine is confined to my own professional activity. Is it possible to create the space for these ideas and principles to have a broader impact? Is a fitness practice taking account of the innovations of the Bones For Life programme possible?
In this part of the article I put forward a hypothesis – perhaps a rather visionary one – of what lessons of movement of all kinds might become if they absorbed the new acquisitions into their centres.
It is recognised that all movement activities deal with the whole human being and can also create changes in the psychomotor, cognitive and emotional spheres. The somatic processes of Bones For Life offer powerful specific tools which directly link the psychomotor work to cognitive/emotional aspects. Such a complete movement activity could be useful in many areas and principally in the development of high performance, in education in well-being and taking care of oneself, not to mention preventive health care, and as additional services in the areas of medical therapy and mental health.

Also motor activity in schools of all types and levels would have a different impact, not just on the regular sporting activities, but by improving students’ capacity for mental and motor control it would help them to learn better in other disciplines too.
Notable opportunities could develop in the world of business and industry, not to mention that of the general public, both in terms of education for health and well-being, and also of support for high performance.
Bones For Life could bring about a fundamental innovation in the fitness of the 21st century, and its wide applications could have a very important role in contributing to the creation of a more healthy, peaceful, productive and essentially happy world.

Conclusion

My personal experience as well as my work with people of different ages, levels of health and ways of life makes me think that we all possess a ‘deep internal guidance-system’. Such a system can be described as a meta-skill which is at the base of all other skills and fundamental for the ability to improve and tackle every area of life. It is about the organism’s innate intelligence and the nervous system which is behind the movement itself. The intelligence to find solutions, to coordinate, to adapt and to know how to adapt oneself to find the best. The intelligence which guides a child’s development and growth in learning the most complex things for a human being for themselves: walking and talking.

Through its dynamic strategies and its awareness work Bones For Life emerges with elegance and effectiveness and sometimes with surprising speed to improve the quality of movement contacting this level of organic intelligence, entering directly into the nervous system’s innate capacity for self-renewal, for freeing itself of outdated unproductive ways and updating its habits. During the lessons we easily enter a mind-body state of internal organization which allows an individual to assimilate information and to express their own actions with maximum effectiveness.

Having myself tried out a wide variety of approaches both in the realms of movement and of awareness, I believe that the Feldenkrais Method, and the Bones For Life programme which represents a fascinating development of it, are among the most effective systems of facilitating rapid improvements both in fitness and in the development of an internal organisation capable of sustaining high performances. Inevitably, sensitivity and innate intelligence always win. The nervous system, by its very nature, will know how to choose the best way of carrying out an action when all the various options are clear. The individual understands how the intention leads to the action with a spontaneous precision which was not there before.

The Bones For Life programme, in my teaching experience, has helped people of various kinds to tackle motor problems and pains and to improve mental skills as well as tackling life with renewed and more positive ways of thinking. All this has spontaneously come out of the very process of learning. While the work, carried out following the principles of the Weber-Fechner law, can seem aimed at ‘fixing’ a painful neck or some kind of back problem, in reality it leads directly to the heart of life: the secret of effective action. In practising it we live the experience of a human version of that type of fitness which we have seen in a lion or a panther – in shape, to live life to the full – whatever may be the challenges of their daily life. And that, in fact, is fitness.


NOTES

[1] Cit. Ruthy Alon, Movement Intelligence – Abstract, page 1.

[2] Cit. Dennis Leri, The Weber-Fechner Principles, 1997, which may be seen on Dennis Leri’s website at http://www.semiophysics.com/SemioPhysics_Articles_mental_10
Dennis Leri also specifies that ‘The law asserts that equal increments of sensation are associated with equal increments of the logarithm of the stimulus, or that the just noticeable difference in any sensation results from a change in the stimulus which bears a constant ratio to the value of the stimulus.’

[3] The historical and cultural context from where Weber and Fechner’s ideas have emerged that led to the development of their law can be seen in the same article written by D. Leri.
‘The Fechner Weber principle marked the beginning of the science of psychophysiology and yet all its implications have not been played out in that field. (…) Weber was a professor at the University of Leipzig from 1818 until 1871. He is known chiefly for his work on sensory response to weight, temperature, and pressure; he described a number of his experiments in this area in ‘De Tactu’ (1834; “Concerning Touch”). Weber determined that there was a threshold of sensation that must be passed before an increase in the intensity of any stimulus could be detected; the amount of increase necessary to create sensation was the just-noticeable difference. He further observed that the difference was a ratio of the total intensity of sensation, rather than an absolute figure; thus, a greater weight must be added to a 100-pound load than to a 10-pound load for a man carrying the load to notice the change. Similar observations were made on other senses, including sight and hearing. Weber also described a terminal threshold for all senses, the maximum stimulus beyond which no further sensation could be registered. Weber’s findings were elaborated in ‘Der Tastsinn und das Gemeingefühl’ (1851; “The Sense of Touch and the Common Sensibility”), which was considered to be “the foundation stone of experimental psychology.” (…) Gustav Theodor Fechner (1801-1887) was a German physicist and philosopher and a key figure in the founding of psychophysics, the science concerned with quantitative relations between sensations and the stimuli producing them. (…) Between 1851 and 1860, Fechner worked out the rationale for measuring sensation indirectly in terms of the unit of just noticeable difference between two sensations, developed his three basic psychophysical methods (just noticeable differences, right and wrong cases, and average error) and carried out the classical experiments on tactual and visual distance, visual brightness, and lifted weights that formed a large part of the first of the two volumes of the Elemente der Psychophysik. Fechner’s aim in the Elemente was to establish an exact science of the functional relationship between physical and mental phenomena. Distinguishing between inner (the relation between sensation and nerve excitation) and outer (the relation between sensation and physical stimulation) psychophysics, Fechner formulated his famous principle that the intensity of a sensation increases as the log of the stimulus (S = k log R) to characterize outer psychophysical relations. In doing so, he believed that he had arrived at a way of demonstrating a fundamental philosophical truth: mind and matter are simply different ways of conceiving of one and the same reality. While the philosophical message of the Elemente was largely ignored, its methodological and empirical contributions were not. Fechner may have set out to counter materialist metaphysics; but he was a well-trained, systematic experimentalist and a competent mathematician and the impact of his work on scientists was scientific rather than metaphysical. He combined methodological innovation in measurement with careful experimentation. (…) Later research has shown, however, that Fechner’s equation is applicable within the mid range of stimulus intensity and then holds only approximately true. (…) So, now we are able to place the Fechner Weber Principle in its proper historical context.’
Dennis Leri, op.cit.

[4] Michael Merzenich, Soft-wired – How the New Science of Brain Plasticity Can Change Your Life, Parnassus Publishing, LLC, San Francisco, 2013

[5] Cit. Ruthy Alon, Movement Intelligence – Abstract, page 9.

[6] Hans Selye, The stress of life. New York: McGraw-Hill, 1956.

[7] Cit. Ruthy Alon, Movement Intelligence – Abstract, page 9.

[8] Ruthy Alon, Movement Intelligence – Abstract, pages 41-42.

[9] Somatic education is a field of education concerned with the human being in its entirety, studying in a practical way the interaction between posture, emotion, thinking, self-image and cultural values. This term was first introduced by Thomas Hanna who was a student of Moshe Feldenkrais. See Thomas Hanna, Somatics, Da Capo Press, Perseus Books Group, Cambridge, 1988.

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Verso il Fitness del Nuovo Millennio: il Contributo Sociale del Programma Bones For Life

english version

Questo articolo è stato scritto da Daniela Agazzi in occasione della sua partecipazione al Movement Intelligence Senior Trainers Training con Ruthy Alon in Israele nel maggio 2014. La traduzione inglese è pubblicata anche sul sito di Ruthy Alon http://www.movementintelligence.com.


Le strategie del programma che trae le proprie origini dal Metodo Feldenkrais, partendo dalla legge di Weber e Fechner fino agli originali principi di uso della pressione e di uso del carico di peso nel programma Bones For Life verso un nuovo approccio al fitness che contribuisce allo sviluppo dell’essere umano civilizzato.

di Daniela Agazzi

Le origini del programma Bones For Life dai principi del Metodo Feldenkrais

Daniela Agazzi  diventa Senior Trainer di Movement Intelligence direttamente con Ruthy Alon - Israele maggio 2014

Daniela Agazzi diventa Senior Trainer di Movement Intelligence direttamente con Ruthy Alon – Israele maggio 2014

‘Più la tecnologia progredisce ed avanza, più sembra miseramente regredire la forma fisica dell’uomo civilizzato. La qualità della coordinazione del movimento individuale rimane indietro rispetto alla capacità di inventiva della mente umana di fornire soluzioni ai bisogni della vita. Andando avanti con l’età, le persone tendono a perdere la facilità nel movimento così come l’intelligenza originaria che può guidarli verso un più gratificante uso del proprio corpo. Con una camminata compiuta con difficoltà, una postura distorta, il volto che esprime sofferenza, l’uomo civilizzato tende verso una condizione che non gli avrebbe consentito la sopravvivenza in una realtà naturale pre-culturale.

Se l’uomo preistorico non fosse stato in grado di camminare bene, e anche di correre, non sarebbe sopravvissuto e noi non avremmo potuto essere qui oggi. Nel linguaggio dell’evoluzione l’abilità nel movimento equivale alla sopravvivenza. Fortunatamente la civilizzazione ci sta consentendo di esistere con degli standards più bassi ma, con l’accettazione di una meno soddisfacente mobilità, noi perdiamo anche la gioia dell’esistenza che è insita nel muoversi liberamente.
Coloro che intenzionalmente si prendono la responsabilità della propria ecologia personale e desiderano investire nel recupero della propria qualità del movimento possono trovare vari metodi disponibili per la costruzione della propria forma fisica ma la maggior parte di questi metodi possono essere impropriamente esagerati o non rispondere al bisogno basilare per il movimento naturale che è al servizio della vita.’ [1]

In che cosa il programma Bones For Life si propone di essere diverso e innovativo? Quali sono le strategie con le quali si pone l’obiettivo di aggiornare il fitness degli esseri umani?

Il programma Bones For Life, creato da Ruthy Alon, trae le sue origini dai principi del Metodo Feldenkrais. Ruthy Alon è infatti una Senior Trainer del Metodo Feldenkrais, ha avuto contatto diretto con il genio Moshe Feldenkrais per circa 40 anni e ha divulgato e divulga tuttora il Metodo da lui creato in molti paesi del mondo. Il suo contributo non poteva non tenere conto di questa lunga esperienza vissuta.

La legge di Weber-Fechner

Moshe Feldenkrais, il fondatore del metodo omonimo, in questo suo innovativo approccio si è appoggiato alla legge di Weber e Fechner. Si tratta di una approssimativa legge psicologica splendidamente descritta ed inserita nel suo contesto storico-culturale in un articolo del 1997 del Trainer del Metodo Feldenkrais Dennis Leri. Questa legge

‘mette in relazione il grado di risposta o sensazione di un organo di senso e l’intensità dello stimolo.’ [2]

In pratica, che cosa accade nella nostra vita di tutti i giorni? Se vi trovate a mezzogiorno su una spiaggia assolata e accendete una candela potreste percepire la differenza nella quantità di luce? Se siete in un luogo estremamente silenzioso, come in campagna, lontani dalla città, potreste percepire l’arrivo di un’auto dal rumore che si sta avvicinando ma se vi trovaste in un centro cittadino caotico e nel pieno di un ingorgo di automobili cambia qualcosa se arriva un’auto in più? La legge di Weber e Fechner ci dice che non sempre potremmo percepire lo stimolo uditivo dell’arrivo di una automobile ma che questa capacità del sistema nervoso dipende dal contesto dello stimolo sullo sfondo.

Con il suo Metodo il dottor Moshe Feldenkrais ci ha dimostrato che per favorire l’apprendimento del sistema nervoso è necessario ridurre lo sforzo (e ovviamente il tono muscolare di base) e che ciò permette di sviluppare la propria sensibilità motoria che sarà al servizio dell’apprendimento. La legge di Weber e Fechner gli ha permesso di affermare ciò che aveva intuito con l’esperienza. In altre parole, maggiore è il rumore di fondo meno siamo in grado di udire piccoli e sottili stimoli. E’ un fenomeno fisiologico che viene ritenuto valido per quasi tutti i nostri sensi. Ed quindi è ragionevole supporre che più si riduce lo sforzo muscolare o rumore di fondo in una azione maggiore sarà la nostra capacità di sentire e percepire quello che stiamo facendo. Se ne deduce che l’intenzionale riduzione dello sforzo sarà significativa per la abilità di imparare modalità di azioni migliori.

Ernst Heinrich Weber, anatomista e fisiologo tedesco (1795-1878), ha introdotto per primo il concetto di ‘minima differenza percepibile’ cioè la più piccola differenza percepibile tra due stimoli simili. Le osservazioni empiriche di Weber furono poi espresse in formula matematica da Gustav Theodor Fechner, che nominò la sua formulazione la Legge di Weber. [3]

Il principio Weber-Fechner ci consente di mettere in relazione quantità e qualità nel movimento. Il Metodo Feldenkrais ci insegna a ridurre la stimolazione di fondo e ci permette di imparare a rilevare le minime differenze percepibili a soglie inferiori dell’abituale. Imparare col minimo sforzo è già una soddisfazione di per sé, visto che il movimento diventa particolarmente facile e piacevole, ma si rivela solo una strategia che consente il vero apprendimento, il più profondo, quello che rinnova tutta la nostra organizzazione neuromotoria delle azioni quotidiane. Il Metodo Feldenkrais ci pone nuovamente di fronte al momento in cui sono state costruite, sulla base delle esperienze della vita, le nostre abitudini dinamiche. E alla luce delle recenti scoperte, avvenute grazie agli studi nelle neuroscienze, sappiamo ormai quanto la nostra esperienza, basandosi sulle percezioni sensoriali e motorie, sia plastica e suscettibile di grandi potenzialità. [4]

Le attività motorie-sensoriali della specie umana si sono costruite in miliardi di anni di evoluzione. I processi evolutivi sono la base delle abitudini della nostra specie. A livello filogenetico essi portano in eredità un sapere che si è perfezionato e raffinato e che, nel tempo, ha permesso la sopravvivenza della specie mentre a livello ontogenetico incarnano nella nostra storia personale le contingenze della nostra vita di singoli individui e del gruppo culturale di appartenenza.
Quello che consente l’apprendimento è la capacità di percepire le differenze, la sensibilità che permette di riconoscere quello che stiamo facendo e di dargli un significato in relazione ad un contesto di sfondo. Se non ci sono differenze non c’è significato e non ci sarà apprendimento. Di fatto il nostro sistema nervoso è più abile nel percepire lo scarto tra due stimoli messi a confronto – percezione relativa – piuttosto che uno stimolo preso a sé – percezione assoluta.

Per mezzo della sua struttura particolare una lezione Feldenkrais evoca le dinamiche arcaiche filogenetiche dell’apprendimento organico e unendo una intelligente rielaborazione delle competenze ontogenetiche ci permette di fare di più, e meglio, con meno sforzo.
Un concetto che non è certo frequente nel mondo dell’educazione motoria. Le competenze specifiche della specie vengono sempre più spesso dimenticate e lasciate indietro nel nostro repertorio di movimento umano, persi, come siamo, ad inseguire l’idea della potenza anche a scapito dell’armonia. E non ci rendiamo conto che questo modo di comportarci ci allontana dalla capacità organica e protettrice di percepire il corpo e la qualità delle nostre azioni.

La lezione Feldenkrais ci fa percepire di nuovo queste conoscenze antichissime e avviene come una sorta di riscoperta di una modalità di azione, di pensiero e di essere sé stessi che ci permette di imparare per tutta la vita aspetti sempre più sottili, raffinati e sani di fare esperienza di noi stessi nel mondo. Coltiviamo la percezione delle piccole differenze. Andiamo a spostare la soglia oltre la quale possiamo individuare le differenze appena percepibili. A proposito della percezione del peso infatti – che a livello propriocettivo costituisce un elemento particolarmente determinante – secondo la legge di Weber-Fechner possiamo percepire la differenza di circa 1/20 di ciò che già stiamo portando. Naturalmente ci sono variazioni tra persona e persona. Ci sono variazioni anche per diversi altri fattori, ma l’approssimazione più semplice dell’abilità umana di percepire le differenze nel peso è che possiamo sentire da 1/20 a 1/40 di differenza, se siamo particolarmente sensibili.

Si possono trarre nuove distinzioni e acquisizioni grazie ad operazioni senso-motorie di recente e più raffinata differenziazione. La nostra attenzione viene incuriosita da inconsuete differenze. E i confini sotto i quali non percepiamo nulla e sopra i quali percepiamo qualcosa saranno finalmente mutati. Si possono quindi formare nuove abitudini. Il Principio Weber-Fechner mostra le abitudini percettive che la nostra specie usa per vivere nel mondo. I vari punti di confine tra lo stimolo di fondo e lo stimolo della percezione emergente sono stabiliti da noi in quanto abitudini apprese. Di conseguenza, usando le competenze specifiche della nostra specie, possiamo riorganizzare queste abitudini e facilitare l’apprendimento che è, appunto, un creare abitudini.

Le implicazioni operative della Legge di Weber e Fechner ci mostrano che esiste un loop di feedback tra sforzo e sensibilità. Se il muscolo è impegnato sotto un lavoro di grande carico ci sarà meno discernimento percettivo quindi non si potranno percepire le piccole differenze relative alla qualità del movimento. E questo condizionerà l’organizzazione del movimento dell’individuo. Ogni essere umano ha nella sua organizzazione un certo livello di tono muscolare di base e in qualunque azione, movimento o attività funzionale che compie ci sarà un certo ammontare di sforzo coinvolto. E la persona può normalmente percepire la differenza di qualità tra una modalità di azione o un’altra. Ma se il contesto di base è un tono muscolare affaticato o sovraccarico da sforzo o tensione allora avrò meno sensibilità per discernere tra una modalità di azione ed un’altra. Meno efficiente sarà il movimento di base meno avrò la possibilità di discernere sulla sua qualità. Quindi l’effetto sarà che l’abilità di discernere diminuisce sempre più e lo sforzo sale creando così un circolo vizioso peggiorativo. Per il processo naturale di omeostasi dell’organismo si tenderà a creare un nuovo equilibrio di base di qualità via via inferiore.

Ma il Metodo Feldenkrais ci permette di instaurare un circolo virtuoso. Se possiamo trovare il modo di diminuire lo sforzo in modo da essere capaci di percepire le più piccole differenze si potrà creare lo spazio per la libertà di scelta tra diverse modalità di azione. I muscoli divengono più liberi di funzionare in modo migliore se liberati dal sovraccarico e, coincidenza molto felice, il sistema nervoso è più libero per imparare.

L’innovazione del programma Bones For Life

Questo è il contesto teorico di base sul quale il programma Bones For Life prende vita e forma, grazie a Ruthy Alon, a partire dal 1998. Lei stessa descrive chiaramente il suo proposito.

‘Dovevo trovare un modo di usare i principi dell’apprendimento spontaneo dell’organismo derivati dal Metodo Feldenkrais per applicarli in un contesto totalmente diverso. La sfida era: come orientare il movimento ritmico con passi potenti che sarebbero entrati in risonanza con l’intero scheletro senza perdere l’esplorazione interna che portava alla qualità? Come rimanere fedeli all’armonia che può produrre una trasformazione interiore e auto-correttiva, mentre si affronta un compito dinamico e di sfida? Come attivare un movimento intenso ad un ritmo specifico senza cadere nella trappola dell’ambizione e dello sforzo eccessivo, sacrificando sé stessi e negandosi le sottigliezze che possono portare alla correzione?’ [5]

Si trattava quindi di trovare una modalità per sviluppare un equilibrio tra forza e sensibilità utilizzando il linguaggio che la natura ci

Ruthy Alon mentre insegna in Israele - maggio 2014

Ruthy Alon mentre insegna in Israele – maggio 2014

ha destinato al fine di migliorare l’esecuzione delle attività dinamiche.
La sensibilità ha a che fare con la morbidezza, la consapevolezza, l’adattabilità, la mobilità, la fluidità. La sensibilità riguarda l’essere pronti a ricevere e a percepire. Quando siamo fisicamente o emotivamente tesi e corazzati diviene più difficile percepire sé stessi, muoversi liberamente per compiere qualsiasi azione, comunicare con facilità con gli altri. La sensibilità è quindi il fondamento per una azione appropriata ed efficace.

La forza ha a che fare con la solidità, il peso, il prendere decisioni, la determinazione e la stabilità, nonché con quelle qualità di organizzazione corporea e mentale come il radicamento, la risolutezza e la tenacia. Coinvolge gli elementi della potenza e del controllo. Senza forza non siamo in grado di agire con efficacia.
La forza e la sensibilità sono intimamente connesse. La forza che non è bilanciata dalla sensibilità sarà dura, tesa e incontrollata e la sensibilità non bilanciata dalla forza sarà debole ed inefficace. L’equilibrio e l’integrazione tra forza e sensibilità permette un’azione armoniosa, comoda ed efficace. Usare questa forma di organizzazione corporea produce inoltre uno stato emotivo di stabilità interiore e forza di volontà, e questa sensazione di forza interna è cruciale per sviluppare l’abilità di affrontare qualsiasi sfida personale.

Infatti una persona veramente ‘in forma’ è un individuo che può rispondere in maniera creativa alle richieste in continuo mutamento della vita. Come la ricerca molto importante sullo stress di Hans Selye [6] ci ha rivelato, le persone che fanno esperienza di troppi cambiamenti in un tempo troppo breve spesso si ammalano. In questo mondo frenetico il vivere in modo efficace richiede generalmente l’abilità di prendere decisioni rapide, interagire efficacemente con diversi tipi di persone, assimilare vaste quantità di informazioni e adattarsi ad impreviste alterazioni degli equilibri di ogni genere. Questo fitness di alta qualità esige una fluida integrazione di mente e corpo.

In questo ritrovato clima di equilibrio tra forza e sensibilità si potranno affrontare quei compiti dinamici che se svolti in un contesto il più simile possibile a quello della realtà quotidiana, e soprattutto se svolti in dose minima e in atmosfera protetta, innescheranno un processo positivo di riorganizzazione a livello neuromotorio che creerà un potenziamento della struttura intera dell’organismo e la persona svilupperà una immagine di sé potente, equilibrata ed efficace.

‘Ricordo che Feldenkrais iniziò la sua ricerca di esplorazione sul movimento efficiente quando praticava il judo, che è un superbo test per le abilità di movimento, con precisione di tecnica, intessuto di improvvisazione e di intraprendenza mentre si ha a che fare con un partner che è imprevedibile e si agisce nella realtà del piano verticale e in tempo reale. Questo mi ha dato l’incoraggiamento per osare di guidare un processo di scoperta interiore orientato all’auto-miglioramento, senza le condizioni di serra del giacere al pavimento ma in una postura verticale, autentica alla vita e in una posizione in cui la persona è coinvolta nell’essere responsabile della propria postura e del proprio equilibrio. Dovevo creare un sostituto per l’atmosfera di apprendimento completamente confortevole del Feldenkrais che fosse più dinamica e più di sfida ma che comunque avrebbe ridotto il livello di disturbo al minimo per poter percepire le sottigliezze che compongono l’armonia della auto-mobilizzazione’. [7]

E col programma Bones For Life possiamo fare proprio questo. Bones For Life comunica al nostro sistema nervoso il linguaggio della forza. Camminare, correre, saltare e tutte le attività energiche della vita vengono ricostruite dall’interno e possono essere eseguite con sempre maggiore facilità e successo da chiunque. Le strategie applicate sono però derivate dal Metodo Feldenkrais. Con Bones For Life il laboratorio della coordinazione e dell’apprendimento del sistema nervoso si completa con l’introduzione dell’uso della forza nei modelli di movimento dinamico. Ed è proprio questa la sua novità.

Sollevare i pesi: il potenziamento saggio

Il processo numero 47 del programma Bones For Life dal titolo Sollevare i Pesi, definito anche ‘potenziamento saggio’, costituisce un esempio eclatante di come un singolo principio dietro ad una specifica strategia – adottata in questo caso per ottenere il potenziamento del corpo – possa essere applicato in molti altri modi per sviluppare gli infiniti usi possibili del programma.

Il programma Bones For Life, il cui sviluppo era stato stimolato dalla ricerca del buon movimento per il rafforzamento del tessuto osseo, si è rivelato assai di più ampia applicazione. E infatti le strategie per il buon movimento possono infatti portare al rafforzamento e al potenziamento dell’intera struttura corporea, non certo solo del tessuto osseo che rimane comunque un effetto ‘bonus’ del lavoro.
Nelle parole di Ruthy Alon

‘Il fattore significativo più evidente per influenzare la forza delle ossa è il sollevamento dei pesi. Il programma Bones For Life affronta questa attività in un modo molto diverso dal modello convenzionale, quello in cui i pesi vengono sollevati in una palestra. Con l’impegno prima di tutto verso la sicurezza della persona i pesi vengono sollevati solo quando la schiena è sostenuta da un muro, con una protezione extra per la zona lombare, in modo da limitare il ribaltamento del bacino e prevenire lo sforzo eccessivo di sollevare il peso a carico delle vertebre lombari. La traiettoria del braccio che solleva il peso disegna una configurazione a spirale mentre si avvita attorno al proprio asse. In questo modo esso coinvolge gradualmente una vertebra dopo l’altra, con una collaborazione proporzionata dell’intera schiena, senza minacciare alcun punto specifico. Sollevare i pesi in questo modo sicuro farà guadagnare un progressivo rafforzamento delle ossa con una sensazione positiva di auto-potenziamento.’ [8]

In questo processo Sollevare i pesi infatti vengono solitamente usati classici pesetti da palestra di circa 500 grammi. Il lavoro principale è soprattutto quello dell’apprendimento del sistema nervoso. La posizione in cui si compie il movimento è in piedi e appoggiati al muro con una particolare strategia di protezione che impedisce alla zona lombare – tipicamente a rischio nelle azioni di sollevamento pesi – di agire con una coordinazione inadatta al contesto.

Si sollevano i pesetti con le mani. Si possono usare anche carichi inferiori ai 500 grammi, per esempio usando piccoli oggetti facilmente gestibili con una sola mano fino ad arrivare addirittura a pesi simbolici come palline di carta o realizzate con calzini arrotolati. Secondo lo stato fisico dell’allievo potremmo usare qualsiasi peso che non interferisca con il clima di sicurezza e protezione in cui egli va a lavorare. Così facendo permettiamo al sistema nervoso di apprendere la coordinazione corretta e di creare comunque fin dall’inizio una associazione neurologica di questo modello di movimento con un peso extra-corporeo, seppur leggerissimo.

Ma successivamente potremmo voler usare anche la strategia contraria. Potremmo procedere per piccoli incrementi di carico, talmente lievi, da non venire percepiti come un aumento del peso da sostenere da parte dell’allievo. Utilizziamo la legge di Weber-Fechner al contrario, rimanendo al di sotto della soglia della minima differenza di peso percepibile. Con questo sistema possiamo portare gradualmente e in sicurezza un allievo a sollevare anche carichi pesanti mantenendo e facilitando sempre più l’acquisizione della buona coordinazione con la connessione neurologica al movimento prescelto.
Visto che secondo la legge di Weber e Fechner gli esseri umani che tengono in mano un peso da 10 kg sono in grado di riconoscere una differenza di peso da 1 a 20 a 1 a 40 cioè 500 oppure 250 grammi, potremmo in quel caso aumentare il peso approssimativamente di 150 grammi e non sarebbe riconoscibile alla percezione dell’allievo. Quindi il clima emotivo interno dell’allievo non sarebbe disturbato da pensieri di eventuali fallimenti o da richieste di sforzo eccessivo che evocherebbero modelli motori abituali controproducenti. La coordinazione motoria appresa sarebbe rinforzata e a livello neurologico si potrebbe più marcatamente incidere nel tessuto nervoso della persona. E oltre a questo tutte le altre componenti del movimento – i muscoli – avrebbero un minimale aumento del carico di lavoro che sarebbe registrato e sviluppato. Un modello ‘win-win’, sotto tutti gli aspetti. E non dobbiamo immaginare che per ottenere un potenziamento sia necessario chissà quanto tempo – ore e mesi di ripetizioni di attività che richiedono poco sforzo muscolare. Le neuroscienze ci rassicurano che il sistema nervoso può imparare anche in modo relativamente rapido, soprattutto se non si attivano i meccanismi di stress, e potrà dare così i segnali necessari all’organismo perché vada a rafforzare la muscolatura e tutte le strutture connesse al movimento.

Ci sono anche altri processi nel programma in cui viene utilizzata questa strategia di carico minimo e progressivo. Forse il più evidente è la ‘corona’ sulla testa che offre la possibilità di aggiungere gradualmente dei pesi da portare. Si tratta infatti del processo numero 20 La camminata delle portatrici di acqua dove si usa il tipico telo di Bones For Life arrotolato a mo’ di ciambella-corona da indossare sulla testa. La presenza stessa del telo costituisce un carico di peso extra corporeo che va a stimolare un riflesso di allungamento verso l’alto dell’intera colonna per poter essere sostenuto. Il processo stesso prende spunto dalla tradizione delle donne dell’Africa e dei paesi asiatici di portare significativi pesi sulla testa garantendosi una postura e una camminata elastica ed efficace per lunghi percorsi. Possiamo gradualmente inserire piccoli oggetti nella ciambella-corona e aumentare gradualmente il carico abituando l’organismo ad un movimento elastico ed elegante.

Partendo da questi esempi e dalla teoria che abbiamo visto in precedenza ci rendiamo conto che abbiamo fra le mani gli strumenti semplici e potenti per poter ridisegnare la natura stessa di un programma di fitness e che questa capacità può rivelarsi propedeutica a qualsiasi tipo di attività sportiva dal livello amatoriale a quello professionistico. In una prima fase la legge di Weber-Fechner può essere usata per sviluppare la sensibilità che sarà l’ambiente in cui può migliorare la coordinazione e poi, usando gli stessi criteri in senso inverso, si potrà lavorare verso il potenziamento di tutta la struttura corporea.

Per una ipotesi di diffusione: un possibile contributo sociale

Grazie alla mia esperienza di movimento e di educazione somatica [9]  ho potuto riflettere spesso su quali potessero essere le modalità migliori per inserire in ogni genere di lezione di movimento le significative innovazioni educative che derivano dall’evoluzione della ricerca nel campo dell’educazione somatica e in particolare dal programma Bones For Life.
Questa integrazione amplierebbe il concetto dell’educazione fisica ben oltre gli attuali confini e prospettive delle attività sportive e del fitness. L’importanza del prendersi cura del corpo e del raffinare il movimento si estenderebbe inevitabilmente in contesti e in ambienti ben più ampi di quelli attuali e gli insegnanti di movimento diventerebbero esperti da consultare coinvolti in una vasta gamma di attività.

L’educazione fisica in senso lato è lo studio di ciò che è essere vivi nel corpo umano. E’ uno studio fortemente pratico di ciò che significa e permette di vivere bene. Inoltre tutti gli importanti temi umani possono essere affrontati coinvolgendo la loro componente somatica. Anzi, voglio spingermi a dire, che non possono essere affrontati con la massima efficacia senza prestare una certa attenzione alla loro componente somatica.
La fondamentale intuizione sulla connessione neurologica fra sensibilità, consapevolezza, azione e sviluppo dell’abilità che rende efficace Bones For Life. Così come altrettanto lo è la capacità di riconoscere e fare tesoro di quanto le esigenze innate – come la necessità da parte dell’organismo di sostenere in modo sano e potenziante il proprio peso, la necessità stessa di rafforzarsi e mettersi in condizione di poter compiere le attività di ogni giorno o le attività di alta performance – possano richiamare la risposta spontanea dell’organismo.

Il percorso educativo deve necessariamente prendere in considerazione per prima quella consapevolezza del proprio corpo e della propria azione che poi si rivelerà cruciale per una rieducazione e per un fitness di qualità. Spesso le persone fanno esercizio mentre guardano la tv, parlano al telefono o ascoltano musica con l’idea che non si possa essere in forma senza fare grandi sforzi. Privilegiare la qualità sulla quantità, l’organizzazione sullo sforzo e la consapevolezza sulla forza è un’idea innovativa, rivoluzionaria ed è destinata ad avere successo nel lungo termine. Questo permetterà di raggiungere risultati migliori, più stabili e in un tempo più breve.
È successo a volte che i miei studenti siano migliorati in una sola, o due, lezioni. Poi però tornavano in palestra, ripetevano i movimenti come li facevano in passato, e tornavano ad avere i loro dolori. Alcuni si rendevano conto che il modo stesso in cui si esercitavano gli creava difficoltà ma volevano comunque essere ‘in forma’ e affrontare le routine di fitness duro.

La soluzione che ho trovato per aiutarli è stata quella di dare loro alcune indicazioni semplici per affrontare meglio le loro pratiche abituali di fitness. Basandomi su ciò che mi raccontavano li ho aiutati a modificare alcuni piccoli aspetti del loro lavoro facendo in modo che gli esercizi diventassero una opportunità per essere più sensibili e per imparare. Ogni consiglio era indirizzato al tema specifico per il singolo studente. Quando insegno mi occupo di realistiche questioni di postura e movimento che osservo, nella loro globalità, come riflesso e causa del loro stato di consapevolezza, percezione, emozione e pensiero. È un processo educativo che può essere intrapreso come pratica preventiva, prima che qualche problema abbia l’opportunità di svilupparsi, come un modo per riconquistare il proprio benessere o anche come strumento di raffinamento delle alte prestazioni di qualsiasi tipo. Le innovazioni somatiche sono un elemento chiave per aiutare le persone ad essere sane e produttive.

Questo mio contributo è confinato nella mia personale attività professionale di studio e mi chiedo sempre più se sia possibile creare lo spazio per un impatto e una espansione maggiori di queste idee e principi e sviluppare quindi una nuova cultura del fitness che tenga conto delle innovazioni del programma Bones For Life.
In questa parte dell’articolo faccio una ipotesi – magari un po’ visionaria – di come potrebbero diventare le lezioni di movimento di ogni genere se inglobassero nel loro nucleo centrale le nuove acquisizioni.
É riconosciuto che tutte le attività di movimento si occupano dell’intero essere umano e possono facilitare cambiamenti anche negli ambiti psicomotori, cognitivi ed affettivi. Le modalità somatiche di Bones For Life costituiscono potenti e specifici strumenti che collegano in modo particolarmente profondo il lavoro psicomotorio agli aspetti cognitivi-affettivi.
Una attività di movimento più completa e integrata degli strumenti di Bones For Life potrebbe essere utile in molte aree dal potenziamento delle alte prestazioni, all’educazione al benessere e alla cura di sé, nonché alla prevenzione, e in qualità di servizi aggiuntivi nelle aree della terapia medica e della salute mentale.

L’attività motoria nelle scuole di ogni ordine e grado ne trarrebbe grande giovamento, non solo nella regolare attività sportiva, ma aiuterebbe gli studenti ad imparare meglio anche le altre discipline avendo favorito le loro capacità di controllo mentale e motorio.
Non da ultimo potrebbero svilupparsi notevoli nuove opportunità nel mondo del business e dell’industria e anche in generale per il pubblico, sia in termini di educazione al benessere, di prevenzione nonché di sostegno per alte prestazioni.
Bones For Life porta una innovazione fondamentale nel fitness del 21° secolo, e le sue ampie applicazioni possono avere un ruolo molto importante nel contribuire a creare un mondo più sano, più pacifico, più produttivo e in sostanza più felice.

Conclusione

La mia esperienza personale nonché di lavoro con persone di diverse età, livello di salute e percorsi di vita mi fa pensare che noi tutti possediamo un ‘sistema-guida interno e profondo’. Tale sistema può essere descritto come una meta-abilità che è alla base di ogni altra abilità e fondamentale per la capacità di migliorare e affrontare ogni area della vita. Si tratta di quell’intelligenza innata propria dell’organismo e del sistema nervoso che sta dietro al movimento stesso. L’intelligenza del trovare le soluzioni, del coordinare, dell’adattare e del sapersi adattare per trovare il meglio. L’intelligenza che guida lo sviluppo e la crescita del bambino nell’imparare da sé le cose più complesse per un essere umano: camminare e parlare.

Attraverso le sue strategie dinamiche e il suo lavoro di consapevolezza Bones For Life riesce con eleganza ed efficacia e talvolta con sorprendente rapidità a migliorare la qualità del movimento contattando questo livello di intelligenza organica, accedendo direttamente alle innate capacità del sistema nervoso di auto rinnovarsi, di liberarsi di schemi improduttivi e superati e di aggiornare le abitudini. Durante le lezioni entriamo facilmente in uno stato mente-corpo di organizzazione interna che permette ad un individuo di assimilare informazioni e di esternare le proprie azioni con la massima efficacia.

Avendo io stessa sperimentato una ampia varietà di approcci sia nei percorsi di movimento che di consapevolezza, ritengo che il Metodo Feldenkrais e il programma Bones For Life che ne rappresenta un interessantissimo sviluppo siano tra i più efficaci sistemi nel facilitare rapidi miglioramenti anche nel fitness e nello sviluppo di una organizzazione interna capace di sostenere alte prestazioni. Inevitabilmente, la consapevolezza e l’intelligenza innata vincono sempre. Il sistema nervoso, per sua stessa natura, saprà scegliere il modo migliore di compiere una azione quando tutte le varie opzioni sono chiare. L’individuo comprende come l’intenzione conduce all’azione con una precisione spontanea che prima non c’era.

Il programma Bones For Life, nella mia esperienza di insegnamento, ha aiutato le persone di vario genere ad affrontare dolori e problemi motori e a migliorare abilità mentali nonché ad affrontare la vita con modelli di pensiero rinnovati e più positivi. Tutto è emerso spontaneamente dallo stesso processo di apprendimento. Mentre il lavoro, svolto seguendo il principio della legge di Weber-Fechner, può sembrare rivolto ad ‘aggiustare’ un collo dolente o un mal di schiena qualsiasi, esso in realtà punta direttamente al cuore della vita: il segreto dell’azione efficace. Nel praticarlo viviamo l’esperienza di una versione umana di quel tipo di fitness che abbiamo visto in un leone o in una pantera – in forma, per vivere pienamente – qualsiasi siano le sfide della vita quotidiana. E questo, di fatto, è fitness.


NOTE

[1] Cit. Ruthy Alon, Movement Intelligence – Abstract, traduzione italiana Daniela Agazzi, pag 1.

[2] Cit. Dennis Leri, The Weber-Fechner Principles, 1997, visionabile per intero sul sito di Dennis Leri all’indirizzo http://www.semiophysics.com/SemioPhysics_Articles_mental_10 , traduzione italiana Daniela Agazzi.
Dennis Leri specifica inoltre che ‘La legge afferma che uguali incrementi di sensazione sono associati ad uguali incrementi del logaritmo dello stimolo cioè che la minima differenza apprezzabile tra due sensazioni risulta da una variazione dello stimolo che segue una relazione costante con il valore dello stimolo stesso.’

[3] Dallo stesso articolo di D. Leri si può desumere anche il contesto storico-culturale nel quale sono emerse le idee che hanno portato allo sviluppo della Legge di Weber e Fechner.
‘Il principio Weber-Fechner ha segnato l’inizio della scienza della psicofisiologia e tuttora le sue molte implicazioni non sono ancora portate a termine in quel campo. (…) Weber fu professore all’Università di Lipsia dal 1818 al 1871. E’ conosciuto principalmente per il suo lavoro sulle risposte sensorie al peso, la temperatura e la pressione; ha descritto una varietà dei suoi esperimenti in questo campo nel ‘De Tactu’ (1834; “Concerning Touch”). Weber determinò che c’era un confine di sensazione che doveva essere superato prima che un aumento nell’intensità di un qualsiasi stimolo potesse essere percepito; l’ammontare dell’aumento necessario per creare sensazione era la minima differenza percepibile. Osservò inoltre che la differenza era una percentuale dell’intensità totale della sensazione, piuttosto che una cifra assoluta; così perché un uomo che porta un carico di 100 kg possa notare la differenza bisogna aggiungere un peso maggiore di 10 kg. Furono eseguite osservazioni simili su altri sensi, inclusi la vista e l’udito. Weber descrisse anche una soglia terminale per ciascun senso, lo stimolo estremo oltre il quale non venivano percepite ulteriori sensazioni. Le scoperte di Weber furono elaborate in ‘Der Tastsinn und das Gemeingefühl’ (1851; “The Sense of Touch and the Common Sensibility”), che fu considerata la prima pietra della psicologia sperimentale.(…) Gustav Theodor Fechner (1801-1887) fu un fisico e filosofo tedesco e una figura chiave nella fondazione della psicofisica, la scienza che studia le relazioni quantitative tra le sensazioni e gli stimoli che le producono. (…) Tra il 1851 e il 1860, Fechner aveva elaborato il principio per la misurazione indiretta della sensazione, in termini di unità di minima differenza percepibile tra due sensazioni, sviluppò i suoi tre metodi psicofisici fondamentali (le minime differenze percepibili, i casi giusto e sbagliato, e l’errore medio) e condotto gli esperimenti classici sulla distanza tattile e visiva, la luminosità visiva, e il sollevare i pesi che costituivano la maggior parte del primo dei due volumi dell’ ’Elemente der Psychophysik’. L’obiettivo di Fechner nell’ ‘Elemente’ era di stabilire una scienza esatta del rapporto funzionale tra fenomeni fisici e mentali. Nel distinguere tra la psicofisica interna (il rapporto tra sensazione e l’eccitazione del nervo) e quella esterna (il rapporto tra sensazione e la stimolazione fisica), Fechner formulò la sua famosa linea di principio che l’intensità di una sensazione aumenta in relazione al registro dello stimolo (S = k log R) per caratterizzare i rapporti psicofisici esterni. In tal modo, egli credeva di essere arrivato a un modo di dimostrare una verità filosofica fondamentale: mente e materia sono semplicemente modi diversi di concepire una stessa realtà. Mentre il messaggio filosofico dell’ ’Elemente’ è stato in gran parte ignorato, così non è stato per i suoi contributi metodologici ed empirici. Fechner può aver avuto l’intenzione di contrastare la metafisica materialista, ma lui era uno sperimentatore sistematico e ben addestrato nonché un matematico competente e l’impatto del suo lavoro sugli scienziati è stato scientifico piuttosto che metafisico. Ha combinato l’innovazione metodologica nella misurazione con un’attenta sperimentazione. (…) Ricerche successive hanno dimostrato, tuttavia, che l’equazione di Fechner è applicabile all’interno della gamma media di intensità dello stimolo e quindi è ritenuta solo approssimativamente vera. (…) Quindi ora siamo in grado di collocare il Principio Weber-Fechner nel suo contesto storico.’
Dennis Leri, op.cit.

[4] Michael Merzenich, Soft-wired – How the New Science of Brain Plasticity Can Change Your Life, Parnassus Publishing, LLC, San Francisco, 2013.

[5] Cit. Ruthy Alon, Movement Intelligence – Abstract, traduzione italiana Daniela Agazzi, pag 9.

[6] Hans Selye,The stress of life. New York: McGraw-Hill, 1956.

[7] Cit. Ruthy Alon, Movement Intelligence – Abstract, traduzione italiana Daniela Agazzi, pag 9.

[8] Cit. Ruthy Alon, Movement Intelligence – Abstract, traduzione italiana Daniela Agazzi, pagg 41-42.

[9] L’educazione somatica è un campo educativo e ha a che fare con l’essere umano nella sua globalità studiando in modo pratico l’interazione di postura, emozione, pensiero, immagine di sé e valori culturali. Questo termine è stato introdotto per la prima volta da Thomas Hanna che fu allievo di Moshe Feldenkrais. Vedi Thomas Hanna, Somatics, Da Capo Press, Perseus Books Group, Cambridge, 1988.

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The Martial Roots of the Feldenkrais Method

Versione italiana

Article by Raffaele Rambaldi

Moshe Feldenkrais has often been called a modern ‘Renaissance Man’ because of the many sides of his personal development and his vast range of interests. Physicist, engineer, one of the first Judo black belts in Europe;  through his fascinating journey of personal discovery which began with the search for a means of regaining the use of his seriously damaged knees, he ended up developing a brilliant method of learning and self-development through movement with its innumerable possibilities and applications.

To really get into the Feldenkrais Method it is essential to try to tune into the thought processes of its founder, with his wonderful ability to take abstract ideas and transfer them to the level of concrete actions and personal experience, re-tracing the steps and the mental processes which he followed in the evolution of his thinking.

   Moshe Feldenkrais practising judo

We will soon have the chance to do this.  We actually have the privilege of hosting in Italy Shihan Moti Nativ,  an internationally recognised expert in martial arts and a brilliant exponent of the Feldenkrais Method who will lead the seminar ‘Warrior’s Awareness: the Synergy of Martial Arts and the Feldenkrais Method’.  Over two days Moti will lead us to rediscover the deep martial arts roots of the Method, reconstructing in retrospect the route which Feldenkrais took which began with a personal quest in ‘street fighting’ self-defence, and led him first to become a Master of Martial Arts and then to develop the brilliant Method  which takes his name.  This is really an exceptional opportunity for anyone who wants to deepen their experience of the Feldenkrais Method, martial arts and the improvement of movement in general through a work of awareness.

But what is Feldenkrais’ martial arts history?[1]

Shihan Moti Nativ

As I have said, he was one of the first Judo black belts in Europe.  But Moshe’s ‘martial arts’ journey began much earlier, with his activity in the Jewish defence forces (1920-1930).  In fact when he arrived in Palestine under the British protectorate, long before Israel existed as an independent state, the young Feldenkrais came into contact with Haganah, a secret organisation which had as its primary aim the protection of Jewish settlements.   At that time skirmishes between Jews and Arabs were very frequent and the British had only limited success in preventing them.  This was the reason for the idea of giving members of the organisation training in self defence and Ju-Jitsu.

But the results were not at all good; it turned out that in real encounters the people who tried to run away got off much better than those who stayed to fight with their Ju-Jitsu and often tragically had the worst of it.  The few months of lessons proved to be insufficient, and the type of training proposed inefficient or positively counterproductive in a real life situation.

Many people thought that Ju-Jitsu was a waste of time.  Moshe, with his usual original way of thinking, understood that there could be a better way of training people.  ‘I will make my own Ju-Jitsu’ he declared.  And so he did.  He analysed the techniques of self-defence and built a method of training which turned out to be more efficient.  He observed very carefully the way in which normal people instinctively reacted to attack, deliberately frightening them (perhaps by banging on the door) and taking note of what positions and behaviour they spontaneously assumed in reaction.  And from this instinctive response, adapting or combining it with techniques of attack and defence used in Ju-Jitsu, he created an effective action or a new defensive response.  Students were trained for just three months.  Six months later, with no further training, checks showed that they were still able to defend themselves using their modified Ju-Jitsu.

Based on these experiences, at the age of 27 Moshe wrote his first book, Ju-Jitsu and Self-Defense (1931), the first self-defence book in Hebrew. Many people hold that the genesis of Israeli martial arts (Krav Maga, Kapap, etc) may be traced back to Moshe Feldenkrais as the forerunner of the exploration of the psychological aspects of combat situations and the principles of learning, and the founder of the instinctive techniques present in the methods taught by Haganah.  On moving to France in the ‘30s, Moshe Feldenkrais was also active in the Club Jiu-Jitsu de France with Kawaishi Mikinosuke.

The book ‘Jujitsu and Self-Defense’ was also the catalyst for one of the most significant milestones in Moshe’s life, the pivotal meeting with professor Jigoro Kano, the founder of Judo, in Paris in 1933.

Kano, in fact, who had gone to France to demonstrate his Judo, had Feldenkrais’ book in his hands and wanted to get to know its author, intrigued by the pictures of the technique founded by Feldenkrais.  During the meeting Moshe showed his original technique for defence against a knife attack.  Moshe was fascinated by Kano’s ‘mind over body’ concept as a means of self development.  Jigoro Kano, struck by Feldenkrais’ lively intelligence, decided to gamble on trusting him for developing and diffusing his Judo in the West.  And so it was that Moshe Feldenkrais became one of the first Judo black belts in Europe.

Moshe’s practical activities in martial arts may be followed from 1920 to 1952 – in Israel, France and England.  He was active in the French Ju-Jitsu Club giving a new direction to the teaching of Ju-Jitsu in France.  When the Germans invaded Paris, he fled to England where he continued to teach Judo and self defence and published his books Judo – the Art of Defense and Attack (1941), Practical Unarmed Combat (1942) and Higher Judo (1952). Jigoro Kano and his Japanese students really appreciated his scientific analysis of Judo.

While Moshe was thinking about his personal techniques of self defence and analysing the principles of judo he was successfully laying the foundations of the Feldenkrais Method.

Moshe thought of Judo (and probably of martial arts in the broadest sense) as an aim, the ultimate effectiveness in real time and in the reality of the gravitational field with an unpredictable partner. [2]. His researches would probably have continued in this direction if he had not had the serious problem of the injury to his knee.

In the process of finding a way to regain the use of his damaged knees he began to do 360° research into human movement putting together his personal knowledge of physique and martial arts with disciplines such as anatomy, anthropology, biochemistry, theories of learning, neurophysiology and psychology.  His conclusions not only helped him to overcome the problem with his knee but also went to improve the general quality of movement both of Feldenkrais himself and of the friends with whom he had shared his researches.

In this way he developed a method which has shown itself applicable not only to illness and discomfort but also to the general way in which we human beings can live our lives more fully.  When the body functions in an integrated way many of the pains or discomforts disappear or at least our capacity to cure them increases.  It is an approach which involves the relationship between mind and body and which has more to do with working on the complex quality of movement than with trying to treat a localised problem in isolation.  All this goes well beyond treating problems or pains.  It is to do with learning to use one’s body in a better and more efficient way.  This is why it is so widespread among athletes, dancers, artists and martial arts practitioners at a high level.

Improving the quality of movement, following the most natural methods of learning of our nervous system, Feldenkrais’ work permits the creation of force, speed and power without effort, with an extremely highly developed type of training.

For instance, if we look at a grand master of martial arts, a dancer or an athlete, the thing we immediately notice is that each of them moves with precision, ease, lightness and grace despite being at the same time strong and incisive.  Most students are not capable of doing this, and almost all make use of effort.  Seeing an expert, in fact, they try to imitate his or her movements, but imitating the external movement does not produce the skill.  The Feldenkrais method deals with the essence of movement. Through exploring and listening to the way in which we move ourselves and act we can distinguish and filter what is good for us from what is not.   And we can improve whatever technique or movement we are interested in, learning at incredible ease and speed, making stable, lasting and significant changes in our lives in both the short term and the long term.

Moshe called this type of bodily experience Awareness Through Movement (ATM) which is a key concept in the Feldenkrais Method.

In a television interview broadcast on Israeli television [3] Moti Nativ says on this subject  ‘The Feldenkrais Method is to do with what we call Awareness Through Movement, whose most relevant aspect is to do with cultivating our ability to update and renew motor habits putting us in the condition to be able to ‘learn how to learn’ throughout life.  The key word is ‘Awareness’ and it is to do with every action we make, such as the way we stand and how we sit down, and how we are seated. In fact even when we are sitting down we need to be aware’.

A course held by Moti Nativ

Listening to Moti Nativ’s words reminded me of an interview with Moshe Feldenkrais broadcast in the ’70s which I saw during the years of my training as a teacher [4]. Moshe and the young interviewer were sitting opposite each other, but in a totally different position.  The interviewer noticed this difference; in fact, while his posture was slouched and ‘slumped’’, Feldenkrais was aligned but not stiff; well centred. Despite his age he resembled a lion.  Invited to comment on this difference, Feldenkrais said something along the lines of ‘From how you are sitting you must suffer from back pain, or neck pain, and probably also from pain in the knees’.  The interviewer went pale…Feldenkrais had evidently described the situation well. But Moshe did not stop there: ‘if a coyote came into this room, I would probably manage to escape while you, sitting like that, would not even have time to stand up!’  Marvellous!  In a few words he had shown his two spiritual sides, that of the ‘healer’ and that of the ‘warrior’.  His criterion for good health overlapped the martial arts aim of being well organised for action and survival, ready to deal with unforeseen changes in an unpredictable environment.  All this is something which goes beyond alignment and optimal biomechanical functionality. It implies a sense of awareness, presence, and ability for instinctive response. Being like a tiger which stares into your eyes, completely and utterly ‘here and now’.

Martial arts, from a certain level onwards, become a training programme for learning to ‘feel’ and to act.  A warrior does not chatter about awareness, he puts it into practice.  And Feldenkrais carried all this over into his system which is effectively a training programme for learning to feel, recognise possibilities and options, choose, put into practice and check what works best for us. ‘Awareness heals’ as Steven Shafarman says in the title of his excellent book [5].

I want to stress that presence, awareness, attention, the ability to remain lucid in conditions of stress or emergency, to feel secure in your own body, in your own movement, in your own ability to respond naturally to whatever happens, are not just essential for a martial arts practitioner or a warrior but are infinitely valuable every day in every situation of our lives.

Moti Nativ also says: ‘We take ancient methods of combat which people once studied for use in war, and now we teach them for their educational aspect.  We educate people into being better people’.

Now, in our time, the aim is to develop ourselves as human beings in a healthy way, at every level, both spiritually and physically.  The two things go together.  Moshe developed his own method as a work of learning and awareness.  When you are aware you can learn something for your whole life and make yourself open to change to the point of being able to say: ok, this is not helpful for me, I can change it for something else’.

We can allow ourselves to continue to move correctly and naturally even at the age of 50, 60, or 70. It is not just a wild dream.

Ruthy Alon, for instance, my teacher of the Feldenkrais Method and Bones For Life, is 81 years old and moves in an amazing way, and she seems to get even better every year.   Mixing with people like her challenges so many different ideas about ageing.

Ruthy Alon

My good fortune in having a teacher like Ruthy Alon for several years has been invaluable.  A great teacher, Ruthy embodies all that she teaches in her own life and practice.  And she is a mine of information and first hand stories on Moshe Feldenkrais and the development of the Method.

On this subject I remember how one afternoon, in the second year of my training as a Feldenkrais teacher, Ruthy Alon told us about one of her experiences going back to the early ‘70s when for five weeks she stayed in Hawaii to teach Feldenkrais.  On the island there was a very good Dojo where Aikido was practised so she got into the habit of going there every morning very keen to practice.  One day she wanted to show the teacher the things we do in Feldenkrais so she stretched out on the ground and began to make a few ATM movements.  But to her surprise the teacher said to her ‘No, no, no!  You have no energy!  You have no ki! Whereas your master has ki!’ [6].

At the time Ruthy was not much more than forty years old and was already one of the most advanced Feldenkrais teachers, at the forefront of the exploration of the most advanced nuances and applications of the movement.  These words drove her for years to continue her research towards that subtle inner attitude which perhaps has to do with what the Japanese call ‘ki’ and which has certainly come together in the creation of her Bones for Life,  the programme for postural reorganisation and strengthening of bones through movement based on the learning strategies developed by Feldenkrais.  And today, Ruthy seems much stronger, more centred and more powerful than in the past, despite the fact that forty years have passed since her meeting with that Aikido master.  If we carefully examine the Bones for Life programme we notice that it goes way beyond strengthening bones.  Rather, looking at it another way, this benefit seems to become one unusual side-effect of a still more ambitious task…

The Aikido master had seen truly: Feldenkrais had ‘ki’, that mysterious word which fascinates or disconcerts us Westerners but which is so familiar in the culture of the Far East.   In fact Feldenkrais, with his profound experience in oriental martial arts and his lessons with the great Japanese masters, knew and applied in the teaching and practice of Judo the concepts and the principles of ‘ki’ and of seika-tanden breathing.  But such concepts which are so culturally present and familiar in Japan or in China were difficult to transfer effectively to the West.  So he chose to put forward these ideas in terms of movement, at the level of muscles and nerves, changes and improvements in the neuromuscular organisation.  It may be that this way of putting it does not please people who are passionate about mysterious things like ‘ki’ and ‘chi’.  But it worked – and how!- and in this way, before dedicating himself completely to research and the development of his method, he trained several students (some quite old) who were eventually to become among the best in the world and who in their turn ‘had ki’.  Incidentally, Jigoro Kano himself and Koizumi (author of the preface of Feldenkrais’ book Higher Judo) have always agreed with Feldenkrais on the choice of a formulation in phrases whose sense is more easily understandable by people who grew up in the culture of the West.

The martial spirit of Moshe Feldenkrais is deeply incorporated into his system.  And significantly present also is the study which he made on the ‘inner structure of martial arts’, this type of internal organisation which allows the old masters, even at an advanced age, to overpower students who are younger and physically much stronger than they are.  For this reason and for many others, the rediscovery of the martial-arts roots of the Feldenkrais method is an extremely valuable thing for everyone, at whatever level.  Obviously it is in order to draw still more benefits from the practice of the Feldenkrais Method.  But it is too for anyone who practices martial arts or any other movement-based activity from dance to sport, or who simply wants to feel healthy and fit.

Feldenkrais’ ultimate aim related to how we can become more mature as human beings.  And movement is the ideal tool with which to explore this process…

NOTES

[1] For the martial arts history of Moshe Feldenkrais see:

  • Moshe Feldenkrais, Hadaka-Jime – Practical Unarmed Combat, foreword by Moti Nativ, Genesis Publishing (USA), 2009
  • Moshe Feldenkrais, The extraordinary story of how Moshe Feldenkrais came to study Judo – interview with Dennis Leri, in Embodied wisdom – the collected papers of Moshe Feldenkrais edited by Elizabeth Beringer, North Atlantic Books and Somatics Resources (USA), 2010
  • Moshe Feldenkrais, Higher judo, Somatic Resources (USA), 2010
  • Moti Nativ, Martial Arts – Roots of the Feldenkrais Method – Improve survival abilities,
    http://www.bujinkan-israel.co.il/46250/Improve-Survival-Abilities–Introduction

[2] See the interview with Ruthy Alon https://progettofeldenkrais.wordpress.com/2011/01/09/un-incontro-con-ruthy-alon/

[3] See on Youtube the interview with Moti Nativ in Hebrew with English subtitles http://www.youtube.com/watch?v=qai7sdixZJA

[4] Moshe Feldenkrais, Medicine Man: interview with Moshe Feldenkrais, available through FeldenkraisResources.

[5] Steven Shafarman, Awareness heals: the Feldenkrais Method for Dynamic Health; published in Italy as Conoscersi è guarire – le 6 lezioni pratiche del Metodo Feldenkrais, Astrolabio-Ubaldini, 1997

[6] Ruthy Alon, Feldenkrais Method Training, Florence 2, second year, 18 July 1998.

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Le Radici Marziali del Metodo Feldenkrais

English version

Articolo di Raffaele Rambaldi

Moshe Feldenkrais è stato definito spesso un ‘uomo rinascimentale’ dei nostri tempi per la poliedrica formazione personale e per la vastità di interessi. Fisico, ingegnere, tra le prime cinture nere di Judo in Europa, attraverso il suo affascinante percorso di ricerca personale, iniziato con la ricerca di un modo per recuperare la funzionalità delle sue ginocchia gravemente danneggiate, arrivò a sviluppare un geniale metodo per l’apprendimento e l’auto-educazione attraverso il movimento dalle innumerevoli potenzialità ed applicazioni.

Per entrare davvero nel Metodo Feldenkrais è essenziale cercare di sintonizzarsi con il modo di pensare del suo fondatore, con la sua genialità nel saper prendere le idee astratte e portarle a livello di azioni concrete e di esperienze per le persone, ripercorrendo i passi ed i processi mentali da lui seguiti nell’evoluzione del suo pensiero.

Moshe Feldenkrais che pratica il judo

Nei prossimi giorni avremo l’opportunità di farlo. Avremo infatti il privilegio di ospitare in Italia Shihan Moti Nativ, esperto riconosciuto di arti marziali a livello internazionale e grande conoscitore del Metodo Feldenkrais che terrà il seminario ‘La Consapevolezza del Guerriero – La Sinergia fra le Arti Marziali e il Metodo Feldenkrais’. In due giorni Moti ci porterà a riscoprire le profonde radici marziali del Metodo, ricostruendo a ritroso il percorso attraverso il quale Feldenkrais, partendo da una personale ricerca nella autodifesa ‘da strada’, sia arrivato prima a diventare un Maestro di Arti Marziali e poi a sviluppare il geniale Metodo che prende il suo nome. Questa è davvero una eccezionale opportunità per chiunque voglia entrare più in profondità nel Metodo Feldenkrais, nelle arti marziali e in generale nel miglioramento del movimento attraverso un lavoro di consapevolezza.

Ma quale è la storia marziale di Feldenkrais?[1]

Shihan Moti Nativ  

Come ho già detto, è stato tra le prime cinture nere di Judo in Europa. Ma il percorso ‘marziale’ di Moshe inizia molto prima, con la sua attività nelle forze di difesa ebraiche (1920-1930). Arrivato in una Palestina sotto il protettorato britannico infatti, molto prima che Israele esistesse come stato indipendente, il giovane Feldenkrais entrò in contatto con l’Haganah, una organizzazione segreta che aveva come scopo primario il proteggere i coloni ebrei. All’epoca gli scontri fra ebrei ed arabi erano molto frequenti e i britannici solo limitatamente riuscivano ad impedirli. Per questa ragione si pensò di dare una formazione di difesa personale e di Ju-Jitsu ai membri dell’organizzazione.

Ma i risultati non furono per niente validi: accadeva addirittura che negli scontri reali le persone che cercavano di scappare se la cavavano molto meglio di quelle che si fermavano a combattere con il loro Ju-Jitsu e spesso avevano drammaticamente la peggio. I pochi mesi di allenamento si rivelavano insufficienti, e il tipo di formazione proposta inefficace o addirittura controproducente in un contesto reale.

Molti pensarono che il Ju-Jitsu fosse una perdita di tempo. Moshe, con il suo insolito e originale modo di pensare, capì che ci poteva essere un modo migliore di addestrare le persone. ‘Io farò il mio Ju-Jitsu’, dichiarò. E così fece.  Analizzò le tecniche di autodifesa e costruì un metodo di formazione che si rivelò più efficace. Osservò con molta attenzione il modo in cui le persone normali reagivano istintivamente, quando attaccate, e deliberatamente le spaventava, magari sbattendo la porta, prendendo nota di quale fosse la posizione e quale il comportamento che spontaneamente assumevano per reazione. Ed a partire da questa risposta istintiva, adattandola o miscelandola con tecniche di attacco e difesa del Ju-Jitsu, faceva scattare un’azione efficace o una nuova risposta difensiva. Gli allievi vennero addestrati solo per tre mesi. Dopo sei mesi di ‘non addestramento’ si verificò che erano ancora tutti capaci di difendersi usando il loro Ju-Jitsu modificato.

All’età di 27 anni, Moshe scrisse, basandosi su queste sue esperienze, il suo primo libro, Ju-Jitsu and Self-Defense (1931), il primo libro ebraico di autodifesa. Sono in molti a sostenere che la genesi delle arti marziali israeliane (Krav Maga, Kapap, etc…) possa essere ricondotta a Moshe Feldenkrais in quanto precursore dell’esplorazione degli aspetti psicologici delle situazioni di combattimento, dei principi di apprendimento e ideatore delle tecniche istintive presenti nei metodi impiegati dall’Haganah. Trasferitosi in Francia negli anni ’30, Moshe Feldenkrais fu attivo presso  il Ju-Jitsu Club de France con Kawaishi Mikinosuke.

Il testo ‘Jujitsu and Self-Defense’ fu anche il catalizzatore di una delle più significative pietre miliari della vita di Moshe, il fondamentale incontro con il professor Jigoro Kano, il fondatore del Judo, a Parigi nel 1933.

Kano, infatti, recatosi in Francia per mostrare il suo Judo, ebbe fra le mani il libro di Feldenkrais e volle conoscerne l’autore, incuriosito dalle immagini delle tecniche ideate da Feldenkrais. Durante l’incontro Moshe mostrò la sua tecnica originale di difesa contro un attacco con un coltello. Moshe fu affascinato dal concetto di ‘mente oltre il corpo’ di Kano come mezzo per l’evoluzione personale. Jigoro Kano, colpito dalla intelligenza vivace di Feldenkrais decise di puntare su di lui per poter sviluppare e diffondere il suo Judo in Occidente. E così fu: Moshe Feldenkrais divenne una delle prime cinture nere di Judo in Europa.

Le attività pratiche di Moshe nelle arti marziali possono essere seguite dal 1920 al 1952 – in Israele, Francia e Inghilterra. E’ stato attivo nel Ju-Jitsu Club francese dando un nuovo indirizzo all’insegnamento del Ju-Jitsu in Francia. Quando i tedeschi invasero Parigi, fuggì in Inghilterra dove continuò ad insegnare il Judo e la difesa personale e pubblicò i suoi libri Judo – the Art of Defense and Attack (1941), Practical Unarmed Combat (1942) e Higher Judo (1952). Jigoro Kano e i suoi allievi giapponesi apprezzarono davvero molto la sua analisi scientifica del Judo.

Mentre Moshe stava escogitando le sue personali tecniche di autodifesa e analizzando i principi del judo stava arrivando a porre i fondamenti del Metodo Feldenkrais.

Moshe pensava al Judo (e alle arti marziali in senso lato, probabilmente) come ad un punto di arrivo, l’efficacia ultima in tempo reale e nella realtà del campo gravitazionale con un partner imprevedibile [2]. Le sue ricerche probabilmente sarebbero continuate in quella direzione se non avesse avuto il grave problema dell’infortunio al ginocchio.

Nel processo per trovare un modo per recuperare la funzionalità delle sue ginocchia danneggiate cominciò a fare ricerche a 360° sul movimento umano mettendo insieme la sua personale conoscenza della fisica e delle arti marziali con discipline come anatomia, antropologia, biochimica, teorie sull’apprendimento, neurofisiologia e psicologia. Le sue conclusioni non solo lo aiutarono a superare i problemi al ginocchio ma andarono anche a migliorare la qualità generale del movimento sia di Feldenkrais stesso, sia degli amici con cui aveva condiviso le sue ricerche.

In questo modo egli sviluppò un metodo che si è rivelato applicabile non soltanto alle malattie e ai disagi ma anche al modo in cui in generale noi esseri umani possiamo vivere più pienamente la nostra vita. Quando il corpo funziona in maniera integrata molti dei dolori o fastidi spariscono o almeno aumenta la nostra capacità di gestirli. E’ un approccio che coinvolge la relazione tra mente e corpo e che ha più a che fare con il lavorare sulla qualità complessiva del movimento che non con il cercare di trattare singolarmente un problema locale. Tutto questo va ben oltre il trattare problemi o dolori. Ha a che fare con l’imparare ad usare sé stessi in maniera migliore e più efficace. Per questo è così diffuso fra sportivi, danzatori, artisti e praticanti di arti marziali di alto livello.

Migliorando la qualità del movimento, seguendo le più naturali modalità di apprendimento del nostro sistema nervoso, il lavoro di Feldenkrais permette di generare forza, velocità e potenza senza sforzo, con un tipo di training estremamente raffinato.

Ad esempio, se guardiamo un grande maestro di arti marziali, un danzatore o uno sportivo, la cosa che immediatamente notiamo è che ognuno di loro si muove con precisione, facilità, leggerezza e grazia pur essendo al tempo stesso forte ed incisivo. La maggior parte degli studenti non è in grado di fare questo, e quasi tutti ricorrono allo sforzo. Vedendo un esperto, infatti, cercano di imitarne il movimento, ma questo imitare il movimento esternamente non produce l’abilità. Il Metodo Feldenkrais si occupa dell’essenza del movimento. Attraverso l’esplorazione e l’ascolto del modo in cui ci muoviamo ed agiamo possiamo distinguere e filtrare quello che è buono per noi da quello che non lo è. E possiamo migliorare qualsiasi tecnica o movimento ci interessa apprendere con una facilità e una velocità impensabile, generando cambiamenti stabili, duraturi e significativi nelle nostre vite sia nel breve che nel lungo termine.

Moshe ha chiamato questo tipo di esperienza corporea ATM (o CAM – Consapevolezza attraverso il Movimento) che costituisce un concetto chiave del Metodo Feldenkrais.

In una intervista televisiva rilasciata alla televisione israeliana [3] Moti Nativ dice a tal proposito: ‘il Metodo Feldenkrais ha a che fare con quella che noi chiamiamo Consapevolezza Attraverso il Movimento, il cui aspetto più rilevante ha a che fare con il coltivare la nostra capacità di aggiornare e rinnovare le abitudini motorie mettendoci in condizione di poter ‘imparare ad imparare’ per tutta la vita. La parola chiave è ‘Consapevolezza’ ed ha a che fare con ogni azione che facciamo, anche con il modo in cui stiamo in piedi e come ci sediamo, e come stiamo seduti. Anche quando si è seduti, infatti, c’è necessità di essere consapevoli.’

Un corso tenuto da Moti Nativ

Ascoltando le parole di Moti Nativ mi è venuto alla mente una intervista di Moshe Feldenkrais rilasciata negli anni ’70 che ho visto durante gli anni della mia formazione come insegnante [4]. Moshe e il giovane intervistatore erano seduti l’uno di fronte all’altro, ma in maniera totalmente diversa. L’intervistatore si rese conto di questa differenza: infatti, mentre la sua postura era afflosciata e ‘scomposta’, Feldenkrais era allineato ma non rigido, presente. Sembrava, nonostante l’età, un leone. Invitato a commentare questa differenza, Feldenkrais disse qualcosa del tipo ‘da come è seduto lei dovrebbe soffrire di mal di schiena, o al collo, e probabilmente anche al ginocchio…’ L’intervistatore impallidì… Feldenkrais aveva evidentemente inquadrato bene la situazione. Ma Moshe non si fermò qui: ‘se in questa stanza entrasse un coyote, probabilmente, io riuscirei a scappare mentre lei, da come è seduto, non farebbe nemmeno in tempo a venire in piedi!’ Meraviglioso! Con poche parole aveva mostrato le sue due anime, quella da ‘guaritore’ e quella di ‘guerriero’. Il suo criterio di buona salute era sovrapponibile a quello marziale di essere ben organizzato per l’azione e la sopravvivenza, pronto per fronteggiare i cambiamenti improvvisi in un ambiente imprevedibile. Tutto questo è qualcosa che va oltre l’allineamento e la ottimale funzionalità biomeccanica. E’ sottinteso un senso di consapevolezza, di presenza, di capacità di risposta istintiva. Di essere come una tigre che ti guarda negli occhi, completamente e pienamente ‘qui’ ed ora’.

Le arti marziali, da un certo livello in poi, diventano un training per imparare a ‘sentire’ e ad agire. Un guerriero non chiacchiera di consapevolezza, la mette in pratica. E Feldenkrais ha portato tutto questo nel suo sistema che è effettivamente un training per imparare a sentire, riconoscere possibilità ed opzioni, scegliere, mettere in pratica e verificare quello che funziona meglio per noi. ‘La Consapevolezza guarisce’ come dice nel titolo del suo ottimo libro Steven Shafarman [5].  Voglio sottolineare che presenza, consapevolezza, attenzione, capacità di rimanere lucidi in condizioni di stress o di emergenza, sentirsi sicuri nel proprio corpo, nel proprio movimento, nella propria abilità di rispondere naturalmente a qualsiasi cosa succeda, non sono essenziali solo per un artista marziale o per un guerriero ma oggigiorno sono infinitamente preziosi in qualsiasi contesto della nostra vita.

Dice ancora Moti Nativ: ‘Noi prendiamo antichi metodi di combattimento che le persone una volta studiavano per usarli in guerra, ed ora li insegniamo per il loro aspetto educativo. Noi educhiamo le persone, le portiamo ad essere persone migliori’.

Oggi, nella nostra era, l’obiettivo è quello di svilupparci in maniera sana come esseri umani, ad ogni livello, spiritualmente e anche fisicamente. Le due cose vanno insieme. Moshe sviluppò il suo metodo come un lavoro di apprendimento e di consapevolezza. Fino a che si è consapevoli si può imparare qualcosa per tutta la vita e rendersi aperti al cambiamento al punto da poter dire: ok, questo non è comodo per me, posso cambiarlo verso qualcos’altro.

Possiamo permettere a noi stessi, anche all’età di 50, 60, 70 anni di continuare a muoverci in maniera corretta e naturale. Non è una utopia.

Ruthy Alon, ad esempio, la mia insegnante del Metodo Feldenkrais e di Bones For Life, ha 81 anni e si muove in un modo meraviglioso ed ogni anno sembra migliorare ancora. A frequentare gente come lei viene da mettere in discussione tante diffuse idee sull’invecchiamento.

Ruthy Alon

Avere per molti anni una insegnante come Ruthy Alon è stata una impagabile fortuna. Grandissima nella didattica, Ruthy incarna nella sua vita e nella sua pratica tutto ciò che insegna. Ed è una miniera di storie e racconti ‘di prima mano’ su Moshe Feldenkrais e sull’evoluzione del Metodo.

A tal proposito ricordo che un pomeriggio, nel secondo anno della mia formazione come insegnante Feldenkrais, Ruthy Alon ci raccontò di una sua esperienza risalente ai primi anni ’70 quando per cinque settimane si fermò alle Hawaii ad insegnare Feldenkrais. Sull’isola c’era un ottimo Dojo dove si praticava Aikido così lei prese l’abitudine di andarci tutte le mattine appassionandosi alla pratica. Un giorno volle mostrare all’insegnante le cose che facciamo nel Feldenkrais così si sdraiò in terra e cominciò a fare alcuni movimenti delle ATM. Ma l’insegnante a sorpresa le disse: ‘No, no,no! Non hai nessuna energia! Non hai nessun ki! Invece il tuo maestro ha il ki!’ [6].

All’epoca Ruthy aveva poco più di quarant’anni ed era già una delle più raffinate insegnanti Feldenkrais, all’avanguardia nell’esplorazione delle sfumature e coordinazioni più raffinate nel movimento. Queste parole la spinsero a continuare negli anni la sua ricerca nella direzione di quell’atteggiamento interiore e sottile che forse ha a che fare con quello che i giapponesi chiamano ki ed è sicuramente confluita nella creazione del suo Bones for Life, il programma per la riorganizzazione posturale e il rafforzamento delle ossa attraverso il movimento basato sulle strategie di apprendimento sviluppate da Feldenkrais. Ed oggi, Ruthy appare molto più forte, centrata e potente che in passato, nonostante siano passati quasi quarant’anni dall’incontro col maestro di Aikido. Se guardiamo bene il programma Bones For Life ci accorgiamo che va ben oltre il rafforzamento delle ossa. Anzi, cambiando prospettiva, questo beneficio sembra diventare uno straordinario effetto collaterale di un lavoro ancora più ambizioso…

Il maestro di Aikido aveva visto bene: Feldenkrais aveva il ki, parola misteriosa che affascina o sconcerta noi occidentali ma è tanto familiare nelle culture dell’estremo oriente. Infatti Feldenkrais, con la sua profonda esperienza delle arti marziali orientali e la sua frequentazione dei grandi maestri giapponesi, conosceva ed applicava nell’allenamento e nella pratica del Judo i concetti ed i principi del ki e del seika-tanden. Ma era difficile trasferire in maniera efficace in occidente questi concetti così culturalmente presenti e familiari in Giappone o in Cina. Così scelse di proporre queste idee in termini di movimento, di livelli neuromuscolari, cambiamenti e raffinamenti nella organizzazione neuromuscolare. Magari questa formulazione piaceva poco alle persone appassionate di cose misteriose, del ki e del chi. Ma funzionava, eccome, tanto che formò in questo modo nel Judo, prima di dedicarsi completamente alla ricerca e allo sviluppo del suo metodo, diversi studenti destinati a diventare nel tempo ed anche da anziani, fra i migliori al mondo e che quindi a loro volta ‘avevano il ki’. Tra l’altro lo stesso Jigoro Kano e Koizumi (autore della prefazione del libro di Feldenkrais Higher Judo) si sono sempre trovati d’accordo con Feldenkrais sulla scelta di una formulazione in termini che avevano un senso più facilmente comprensibile per le persone cresciute nella cultura occidentale.

Lo spirito marziale di Moshe Feldenkrais è profondamente inglobato nel suo sistema. Ed è significativamente presente anche lo studio che ha fatto sulla ‘struttura interna delle arti marziali’, quel tipo di organizzazione interna che permette ad anziani maestri di sovrastare, anche in tarda età, allievi più giovani e molto più forti fisicamente. Per queste e per tante altre ragioni il riscoprire le radici marziali del metodo Feldenkrais è cosa preziosissima per tutti, a qualsiasi livello. Ovviamente lo è per trarre ancora più beneficio dalla pratica del Feldenkrais. Ma lo è altrettanto per chiunque pratichi arti marziali o qualsiasi altra attività di movimento, dalla danza allo sport o vuole semplicemente sentirsi bene ed in forma.

L’intenzione finale di Feldenkrais, aveva a che fare col come possiamo diventare più maturi come esseri umani. Ed il movimento è lo strumento ideale con cui esplorare questo processo.

NOTE

[1] Per la storia marziale di Moshe Feldenkrais si veda:

  • Moshe Feldenkrais, Hadaka-Jime – Practical Unarmed Combat, prefazione di Moti Nativ, Genesis Publishing (USA), 2009
  • Moshe Feldenkrais, The extraordinary story of how Moshe Feldenkrais came to study Judo – interview with Dennis Leri, in Embodied wisdom – the collected papers of Moshe Feldenkrais edited by Elizabeth Beringer, North Atlantic Books and Somatics Resources (USA), 2010
  • Moshe Feldenkrais, Higher judo, Somatic Resources (USA), 2010
  • Moti Nativ, Martial Arts – Roots of the Feldenkrais Method – Improve survival abilities,  http://www.bujinkan-israel.co.il/46250/Improve-Survival-Abilities–Introduction

[2] Vedi l’intervista a Ruthy Alon https://progettofeldenkrais.wordpress.com/2011/01/09/un-incontro-con-ruthy-alon/

[3] Vedi su Youtube l’intervista di Moti Nativ in ebraico con sottotitoli in inglese http://www.youtube.com/watch?v=qai7sdixZJA

[4] Moshe Feldenkrais, Medicine Man: interview with Moshe Feldenkrais, available through FeldenkraisResorces.

[5] Steven Shafarmann, Conoscersi è guarire – le 6 lezioni pratiche del Metodo Feldenkrais, titolo orig. Awarness heals, Astrolabio-Ubaldini, 1997

[6] Ruthy Alon, Formazione Metodo Feldenkrais Firenze 2, anno secondo, 18 luglio 1998.
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