Le Radici Marziali del Metodo Feldenkrais

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Articolo di Raffaele Rambaldi

Moshe Feldenkrais è stato definito spesso un ‘uomo rinascimentale’ dei nostri tempi per la poliedrica formazione personale e per la vastità di interessi. Fisico, ingegnere, tra le prime cinture nere di Judo in Europa, attraverso il suo affascinante percorso di ricerca personale, iniziato con la ricerca di un modo per recuperare la funzionalità delle sue ginocchia gravemente danneggiate, arrivò a sviluppare un geniale metodo per l’apprendimento e l’auto-educazione attraverso il movimento dalle innumerevoli potenzialità ed applicazioni.

Per entrare davvero nel Metodo Feldenkrais è essenziale cercare di sintonizzarsi con il modo di pensare del suo fondatore, con la sua genialità nel saper prendere le idee astratte e portarle a livello di azioni concrete e di esperienze per le persone, ripercorrendo i passi ed i processi mentali da lui seguiti nell’evoluzione del suo pensiero.

Moshe Feldenkrais che pratica il judo

Nei prossimi giorni avremo l’opportunità di farlo. Avremo infatti il privilegio di ospitare in Italia Shihan Moti Nativ, esperto riconosciuto di arti marziali a livello internazionale e grande conoscitore del Metodo Feldenkrais che terrà il seminario ‘La Consapevolezza del Guerriero – La Sinergia fra le Arti Marziali e il Metodo Feldenkrais’. In due giorni Moti ci porterà a riscoprire le profonde radici marziali del Metodo, ricostruendo a ritroso il percorso attraverso il quale Feldenkrais, partendo da una personale ricerca nella autodifesa ‘da strada’, sia arrivato prima a diventare un Maestro di Arti Marziali e poi a sviluppare il geniale Metodo che prende il suo nome. Questa è davvero una eccezionale opportunità per chiunque voglia entrare più in profondità nel Metodo Feldenkrais, nelle arti marziali e in generale nel miglioramento del movimento attraverso un lavoro di consapevolezza.

Ma quale è la storia marziale di Feldenkrais?[1]

Shihan Moti Nativ  

Come ho già detto, è stato tra le prime cinture nere di Judo in Europa. Ma il percorso ‘marziale’ di Moshe inizia molto prima, con la sua attività nelle forze di difesa ebraiche (1920-1930). Arrivato in una Palestina sotto il protettorato britannico infatti, molto prima che Israele esistesse come stato indipendente, il giovane Feldenkrais entrò in contatto con l’Haganah, una organizzazione segreta che aveva come scopo primario il proteggere i coloni ebrei. All’epoca gli scontri fra ebrei ed arabi erano molto frequenti e i britannici solo limitatamente riuscivano ad impedirli. Per questa ragione si pensò di dare una formazione di difesa personale e di Ju-Jitsu ai membri dell’organizzazione.

Ma i risultati non furono per niente validi: accadeva addirittura che negli scontri reali le persone che cercavano di scappare se la cavavano molto meglio di quelle che si fermavano a combattere con il loro Ju-Jitsu e spesso avevano drammaticamente la peggio. I pochi mesi di allenamento si rivelavano insufficienti, e il tipo di formazione proposta inefficace o addirittura controproducente in un contesto reale.

Molti pensarono che il Ju-Jitsu fosse una perdita di tempo. Moshe, con il suo insolito e originale modo di pensare, capì che ci poteva essere un modo migliore di addestrare le persone. ‘Io farò il mio Ju-Jitsu’, dichiarò. E così fece.  Analizzò le tecniche di autodifesa e costruì un metodo di formazione che si rivelò più efficace. Osservò con molta attenzione il modo in cui le persone normali reagivano istintivamente, quando attaccate, e deliberatamente le spaventava, magari sbattendo la porta, prendendo nota di quale fosse la posizione e quale il comportamento che spontaneamente assumevano per reazione. Ed a partire da questa risposta istintiva, adattandola o miscelandola con tecniche di attacco e difesa del Ju-Jitsu, faceva scattare un’azione efficace o una nuova risposta difensiva. Gli allievi vennero addestrati solo per tre mesi. Dopo sei mesi di ‘non addestramento’ si verificò che erano ancora tutti capaci di difendersi usando il loro Ju-Jitsu modificato.

All’età di 27 anni, Moshe scrisse, basandosi su queste sue esperienze, il suo primo libro, Ju-Jitsu and Self-Defense (1931), il primo libro ebraico di autodifesa. Sono in molti a sostenere che la genesi delle arti marziali israeliane (Krav Maga, Kapap, etc…) possa essere ricondotta a Moshe Feldenkrais in quanto precursore dell’esplorazione degli aspetti psicologici delle situazioni di combattimento, dei principi di apprendimento e ideatore delle tecniche istintive presenti nei metodi impiegati dall’Haganah. Trasferitosi in Francia negli anni ’30, Moshe Feldenkrais fu attivo presso  il Ju-Jitsu Club de France con Kawaishi Mikinosuke.

Il testo ‘Jujitsu and Self-Defense’ fu anche il catalizzatore di una delle più significative pietre miliari della vita di Moshe, il fondamentale incontro con il professor Jigoro Kano, il fondatore del Judo, a Parigi nel 1933.

Kano, infatti, recatosi in Francia per mostrare il suo Judo, ebbe fra le mani il libro di Feldenkrais e volle conoscerne l’autore, incuriosito dalle immagini delle tecniche ideate da Feldenkrais. Durante l’incontro Moshe mostrò la sua tecnica originale di difesa contro un attacco con un coltello. Moshe fu affascinato dal concetto di ‘mente oltre il corpo’ di Kano come mezzo per l’evoluzione personale. Jigoro Kano, colpito dalla intelligenza vivace di Feldenkrais decise di puntare su di lui per poter sviluppare e diffondere il suo Judo in Occidente. E così fu: Moshe Feldenkrais divenne una delle prime cinture nere di Judo in Europa.

Le attività pratiche di Moshe nelle arti marziali possono essere seguite dal 1920 al 1952 – in Israele, Francia e Inghilterra. E’ stato attivo nel Ju-Jitsu Club francese dando un nuovo indirizzo all’insegnamento del Ju-Jitsu in Francia. Quando i tedeschi invasero Parigi, fuggì in Inghilterra dove continuò ad insegnare il Judo e la difesa personale e pubblicò i suoi libri Judo – the Art of Defense and Attack (1941), Practical Unarmed Combat (1942) e Higher Judo (1952). Jigoro Kano e i suoi allievi giapponesi apprezzarono davvero molto la sua analisi scientifica del Judo.

Mentre Moshe stava escogitando le sue personali tecniche di autodifesa e analizzando i principi del judo stava arrivando a porre i fondamenti del Metodo Feldenkrais.

Moshe pensava al Judo (e alle arti marziali in senso lato, probabilmente) come ad un punto di arrivo, l’efficacia ultima in tempo reale e nella realtà del campo gravitazionale con un partner imprevedibile [2]. Le sue ricerche probabilmente sarebbero continuate in quella direzione se non avesse avuto il grave problema dell’infortunio al ginocchio.

Nel processo per trovare un modo per recuperare la funzionalità delle sue ginocchia danneggiate cominciò a fare ricerche a 360° sul movimento umano mettendo insieme la sua personale conoscenza della fisica e delle arti marziali con discipline come anatomia, antropologia, biochimica, teorie sull’apprendimento, neurofisiologia e psicologia. Le sue conclusioni non solo lo aiutarono a superare i problemi al ginocchio ma andarono anche a migliorare la qualità generale del movimento sia di Feldenkrais stesso, sia degli amici con cui aveva condiviso le sue ricerche.

In questo modo egli sviluppò un metodo che si è rivelato applicabile non soltanto alle malattie e ai disagi ma anche al modo in cui in generale noi esseri umani possiamo vivere più pienamente la nostra vita. Quando il corpo funziona in maniera integrata molti dei dolori o fastidi spariscono o almeno aumenta la nostra capacità di gestirli. E’ un approccio che coinvolge la relazione tra mente e corpo e che ha più a che fare con il lavorare sulla qualità complessiva del movimento che non con il cercare di trattare singolarmente un problema locale. Tutto questo va ben oltre il trattare problemi o dolori. Ha a che fare con l’imparare ad usare sé stessi in maniera migliore e più efficace. Per questo è così diffuso fra sportivi, danzatori, artisti e praticanti di arti marziali di alto livello.

Migliorando la qualità del movimento, seguendo le più naturali modalità di apprendimento del nostro sistema nervoso, il lavoro di Feldenkrais permette di generare forza, velocità e potenza senza sforzo, con un tipo di training estremamente raffinato.

Ad esempio, se guardiamo un grande maestro di arti marziali, un danzatore o uno sportivo, la cosa che immediatamente notiamo è che ognuno di loro si muove con precisione, facilità, leggerezza e grazia pur essendo al tempo stesso forte ed incisivo. La maggior parte degli studenti non è in grado di fare questo, e quasi tutti ricorrono allo sforzo. Vedendo un esperto, infatti, cercano di imitarne il movimento, ma questo imitare il movimento esternamente non produce l’abilità. Il Metodo Feldenkrais si occupa dell’essenza del movimento. Attraverso l’esplorazione e l’ascolto del modo in cui ci muoviamo ed agiamo possiamo distinguere e filtrare quello che è buono per noi da quello che non lo è. E possiamo migliorare qualsiasi tecnica o movimento ci interessa apprendere con una facilità e una velocità impensabile, generando cambiamenti stabili, duraturi e significativi nelle nostre vite sia nel breve che nel lungo termine.

Moshe ha chiamato questo tipo di esperienza corporea ATM (o CAM – Consapevolezza attraverso il Movimento) che costituisce un concetto chiave del Metodo Feldenkrais.

In una intervista televisiva rilasciata alla televisione israeliana [3] Moti Nativ dice a tal proposito: ‘il Metodo Feldenkrais ha a che fare con quella che noi chiamiamo Consapevolezza Attraverso il Movimento, il cui aspetto più rilevante ha a che fare con il coltivare la nostra capacità di aggiornare e rinnovare le abitudini motorie mettendoci in condizione di poter ‘imparare ad imparare’ per tutta la vita. La parola chiave è ‘Consapevolezza’ ed ha a che fare con ogni azione che facciamo, anche con il modo in cui stiamo in piedi e come ci sediamo, e come stiamo seduti. Anche quando si è seduti, infatti, c’è necessità di essere consapevoli.’

Un corso tenuto da Moti Nativ

Ascoltando le parole di Moti Nativ mi è venuto alla mente una intervista di Moshe Feldenkrais rilasciata negli anni ’70 che ho visto durante gli anni della mia formazione come insegnante [4]. Moshe e il giovane intervistatore erano seduti l’uno di fronte all’altro, ma in maniera totalmente diversa. L’intervistatore si rese conto di questa differenza: infatti, mentre la sua postura era afflosciata e ‘scomposta’, Feldenkrais era allineato ma non rigido, presente. Sembrava, nonostante l’età, un leone. Invitato a commentare questa differenza, Feldenkrais disse qualcosa del tipo ‘da come è seduto lei dovrebbe soffrire di mal di schiena, o al collo, e probabilmente anche al ginocchio…’ L’intervistatore impallidì… Feldenkrais aveva evidentemente inquadrato bene la situazione. Ma Moshe non si fermò qui: ‘se in questa stanza entrasse un coyote, probabilmente, io riuscirei a scappare mentre lei, da come è seduto, non farebbe nemmeno in tempo a venire in piedi!’ Meraviglioso! Con poche parole aveva mostrato le sue due anime, quella da ‘guaritore’ e quella di ‘guerriero’. Il suo criterio di buona salute era sovrapponibile a quello marziale di essere ben organizzato per l’azione e la sopravvivenza, pronto per fronteggiare i cambiamenti improvvisi in un ambiente imprevedibile. Tutto questo è qualcosa che va oltre l’allineamento e la ottimale funzionalità biomeccanica. E’ sottinteso un senso di consapevolezza, di presenza, di capacità di risposta istintiva. Di essere come una tigre che ti guarda negli occhi, completamente e pienamente ‘qui’ ed ora’.

Le arti marziali, da un certo livello in poi, diventano un training per imparare a ‘sentire’ e ad agire. Un guerriero non chiacchiera di consapevolezza, la mette in pratica. E Feldenkrais ha portato tutto questo nel suo sistema che è effettivamente un training per imparare a sentire, riconoscere possibilità ed opzioni, scegliere, mettere in pratica e verificare quello che funziona meglio per noi. ‘La Consapevolezza guarisce’ come dice nel titolo del suo ottimo libro Steven Shafarman [5].  Voglio sottolineare che presenza, consapevolezza, attenzione, capacità di rimanere lucidi in condizioni di stress o di emergenza, sentirsi sicuri nel proprio corpo, nel proprio movimento, nella propria abilità di rispondere naturalmente a qualsiasi cosa succeda, non sono essenziali solo per un artista marziale o per un guerriero ma oggigiorno sono infinitamente preziosi in qualsiasi contesto della nostra vita.

Dice ancora Moti Nativ: ‘Noi prendiamo antichi metodi di combattimento che le persone una volta studiavano per usarli in guerra, ed ora li insegniamo per il loro aspetto educativo. Noi educhiamo le persone, le portiamo ad essere persone migliori’.

Oggi, nella nostra era, l’obiettivo è quello di svilupparci in maniera sana come esseri umani, ad ogni livello, spiritualmente e anche fisicamente. Le due cose vanno insieme. Moshe sviluppò il suo metodo come un lavoro di apprendimento e di consapevolezza. Fino a che si è consapevoli si può imparare qualcosa per tutta la vita e rendersi aperti al cambiamento al punto da poter dire: ok, questo non è comodo per me, posso cambiarlo verso qualcos’altro.

Possiamo permettere a noi stessi, anche all’età di 50, 60, 70 anni di continuare a muoverci in maniera corretta e naturale. Non è una utopia.

Ruthy Alon, ad esempio, la mia insegnante del Metodo Feldenkrais e di Bones For Life, ha 81 anni e si muove in un modo meraviglioso ed ogni anno sembra migliorare ancora. A frequentare gente come lei viene da mettere in discussione tante diffuse idee sull’invecchiamento.

Ruthy Alon

Avere per molti anni una insegnante come Ruthy Alon è stata una impagabile fortuna. Grandissima nella didattica, Ruthy incarna nella sua vita e nella sua pratica tutto ciò che insegna. Ed è una miniera di storie e racconti ‘di prima mano’ su Moshe Feldenkrais e sull’evoluzione del Metodo.

A tal proposito ricordo che un pomeriggio, nel secondo anno della mia formazione come insegnante Feldenkrais, Ruthy Alon ci raccontò di una sua esperienza risalente ai primi anni ’70 quando per cinque settimane si fermò alle Hawaii ad insegnare Feldenkrais. Sull’isola c’era un ottimo Dojo dove si praticava Aikido così lei prese l’abitudine di andarci tutte le mattine appassionandosi alla pratica. Un giorno volle mostrare all’insegnante le cose che facciamo nel Feldenkrais così si sdraiò in terra e cominciò a fare alcuni movimenti delle ATM. Ma l’insegnante a sorpresa le disse: ‘No, no,no! Non hai nessuna energia! Non hai nessun ki! Invece il tuo maestro ha il ki!’ [6].

All’epoca Ruthy aveva poco più di quarant’anni ed era già una delle più raffinate insegnanti Feldenkrais, all’avanguardia nell’esplorazione delle sfumature e coordinazioni più raffinate nel movimento. Queste parole la spinsero a continuare negli anni la sua ricerca nella direzione di quell’atteggiamento interiore e sottile che forse ha a che fare con quello che i giapponesi chiamano ki ed è sicuramente confluita nella creazione del suo Bones for Life, il programma per la riorganizzazione posturale e il rafforzamento delle ossa attraverso il movimento basato sulle strategie di apprendimento sviluppate da Feldenkrais. Ed oggi, Ruthy appare molto più forte, centrata e potente che in passato, nonostante siano passati quasi quarant’anni dall’incontro col maestro di Aikido. Se guardiamo bene il programma Bones For Life ci accorgiamo che va ben oltre il rafforzamento delle ossa. Anzi, cambiando prospettiva, questo beneficio sembra diventare uno straordinario effetto collaterale di un lavoro ancora più ambizioso…

Il maestro di Aikido aveva visto bene: Feldenkrais aveva il ki, parola misteriosa che affascina o sconcerta noi occidentali ma è tanto familiare nelle culture dell’estremo oriente. Infatti Feldenkrais, con la sua profonda esperienza delle arti marziali orientali e la sua frequentazione dei grandi maestri giapponesi, conosceva ed applicava nell’allenamento e nella pratica del Judo i concetti ed i principi del ki e del seika-tanden. Ma era difficile trasferire in maniera efficace in occidente questi concetti così culturalmente presenti e familiari in Giappone o in Cina. Così scelse di proporre queste idee in termini di movimento, di livelli neuromuscolari, cambiamenti e raffinamenti nella organizzazione neuromuscolare. Magari questa formulazione piaceva poco alle persone appassionate di cose misteriose, del ki e del chi. Ma funzionava, eccome, tanto che formò in questo modo nel Judo, prima di dedicarsi completamente alla ricerca e allo sviluppo del suo metodo, diversi studenti destinati a diventare nel tempo ed anche da anziani, fra i migliori al mondo e che quindi a loro volta ‘avevano il ki’. Tra l’altro lo stesso Jigoro Kano e Koizumi (autore della prefazione del libro di Feldenkrais Higher Judo) si sono sempre trovati d’accordo con Feldenkrais sulla scelta di una formulazione in termini che avevano un senso più facilmente comprensibile per le persone cresciute nella cultura occidentale.

Lo spirito marziale di Moshe Feldenkrais è profondamente inglobato nel suo sistema. Ed è significativamente presente anche lo studio che ha fatto sulla ‘struttura interna delle arti marziali’, quel tipo di organizzazione interna che permette ad anziani maestri di sovrastare, anche in tarda età, allievi più giovani e molto più forti fisicamente. Per queste e per tante altre ragioni il riscoprire le radici marziali del metodo Feldenkrais è cosa preziosissima per tutti, a qualsiasi livello. Ovviamente lo è per trarre ancora più beneficio dalla pratica del Feldenkrais. Ma lo è altrettanto per chiunque pratichi arti marziali o qualsiasi altra attività di movimento, dalla danza allo sport o vuole semplicemente sentirsi bene ed in forma.

L’intenzione finale di Feldenkrais, aveva a che fare col come possiamo diventare più maturi come esseri umani. Ed il movimento è lo strumento ideale con cui esplorare questo processo.

NOTE

[1] Per la storia marziale di Moshe Feldenkrais si veda:

  • Moshe Feldenkrais, Hadaka-Jime – Practical Unarmed Combat, prefazione di Moti Nativ, Genesis Publishing (USA), 2009
  • Moshe Feldenkrais, The extraordinary story of how Moshe Feldenkrais came to study Judo – interview with Dennis Leri, in Embodied wisdom – the collected papers of Moshe Feldenkrais edited by Elizabeth Beringer, North Atlantic Books and Somatics Resources (USA), 2010
  • Moshe Feldenkrais, Higher judo, Somatic Resources (USA), 2010
  • Moti Nativ, Martial Arts – Roots of the Feldenkrais Method – Improve survival abilities,  http://www.bujinkan-israel.co.il/46250/Improve-Survival-Abilities–Introduction

[2] Vedi l’intervista a Ruthy Alon https://progettofeldenkrais.wordpress.com/2011/01/09/un-incontro-con-ruthy-alon/

[3] Vedi su Youtube l’intervista di Moti Nativ in ebraico con sottotitoli in inglese http://www.youtube.com/watch?v=qai7sdixZJA

[4] Moshe Feldenkrais, Medicine Man: interview with Moshe Feldenkrais, available through FeldenkraisResorces.

[5] Steven Shafarmann, Conoscersi è guarire – le 6 lezioni pratiche del Metodo Feldenkrais, titolo orig. Awarness heals, Astrolabio-Ubaldini, 1997

[6] Ruthy Alon, Formazione Metodo Feldenkrais Firenze 2, anno secondo, 18 luglio 1998.
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Moti Nativ e la Consapevolezza del Guerriero

Di Candia Garibay, insegnante di Bones For Life e organizzatrice del corso tenuto da Moti Nativ in Messico

Città del Messico, 21 maggio 2010

(traduzione italiana Daniela Agazzi)

In un fresco e luminoso mattino, davanti al panorama dell’enorme albero di fico che dimora nel giardino dell’Agora Lucis Studio, il Maestro Moti Nativ inizia il suo corso1 parlando della sinergia tra le arti marziali e il Metodo Feldenkrais, e di come il brillante metodo di Moshe ha avuto radici profonde nella sua competenza del combattimento legato alla sopravvivenza.

Moti2 ha condiviso la sua esperienza del Metodo Feldenkrais, le recenti tecniche di autodifesa come il Judo e il Krav Maga, così come la conoscenza delle antiche arti marziali giapponesi del Budo taijutsu e del Ninjutsu, in ognuna delle quali ha un rango di altissimo livello.

Il corso è iniziato nel modo più semplice, prendendo consapevolezza di come ci sentivamo in quel momento. Eravamo distesi al pavimento e ascoltavamo come le varie parti del corpo si riflettevano come in uno specchio nel contatto con la terra, ascoltando la nostra immagine di noi stessi attraverso il modo in cui lasciavamo cedere il peso del corpo alla gravità. Lentamente abbiamo cominciato a compiere piccoli movimenti ascoltando come il contatto col pavimento si spostava e la distribuzione del peso si modificava.

Moti ha insistito sul prendersi cura della spesso dimenticata qualità del movimento di ritorno verso lo stato di partenza.

Abbiamo portato la nostra attenzione sulla traiettoria del movimento seguendolo dal suo inizio per tutta la trasmissione lungo il corpo; Moti ha insistito sul prendersi cura della spesso dimenticata qualità del movimento di ritorno verso lo stato di partenza. Abbiamo iniziato a praticare alcuni movimenti differenziati come il far scivolare una scapola sopra le costole e lì ho scoperto che la mia clavicola rispondeva alla curvatura della gabbia toracica e successivamente abbiamo fatto movimenti non-differenziati nei quali la scapola assisteva la rotazione della spina3. Abbiamo esplorato la risonanza del movimento con il Sé, come far scivolare una spalla faceva eco in tutto il corpo fino alle dita dei piedi e come un movimento porta al successivo. Moshe ha chiamato questo tipo di esperienza corporea ATM (o CAM – Consapevolezza attraverso il Movimento)  che costituisce un concetto chiave del Metodo Feldenkrais, del quale secondo Moti l’aspetto più importante è ‘imparare ad imparare’.

Moti ha sottolineato l’importanza di andare verso luoghi sconosciuti, oltre le abitudini e verso nuove alternative così che dal processo di apprendimento consegua la libertà di movimento.

Le istruzioni di Moti erano molto chiare e precise,  tuttavia consentivano uno spazio piacevole per esplorare modi diversi per arrivare alla stessa conclusione. Moti ha sottolineato l’importanza di andare verso luoghi sconosciuti, oltre le abitudini e verso nuove alternative così che dal processo di apprendimento consegua la libertà di movimento.

Abbiamo fatto alcune pause tra ciascun movimento nella progressione della lezione, e queste pause sono incoraggiate ogni qualvolta se ne sente il bisogno. Tornavamo spesso semplicemente sdraiati ad ascoltare il contatto e il peso del corpo sul pavimento, andando a percepire il modo in cui respiravamo, portando attenzione e comparando le sensazione attuali con quelle dell’inizio della lezione di ATM. Era meraviglioso scoprire che ad ogni pausa che ci prendevamo, la sensazione del corpo era completamente diversa come l’ampiezza del petto, la facilità con cui la spalla si poggiava al pavimento, la lunghezza degli arti e l’attivazione del centro. L’interezza del nostro Sé cambia ad ogni momento.

Gradualmente il movimento nella ATM divenne più complesso, con cambiamenti di livello, da sdraiati a seduti e poi con rotazione, in un certo qual modo riassumendo la modalità spontanea in cui il bambino arriva a sedersi. A questo punto, la sfida era di mantenere la trasmissione del movimento fluida, ho scoperto che il mio movimento su un lato era molto naturale, quasi scontato, ma l’altro lato del movimento era bloccato e il mio respiro disturbato, e anche se piano piano ho eliminato alcune interferenze interiori e direzionato il movimento, ancora la diversità tra i due lati era notevole.

Moti spiega, come ha insegnato Yochanan Rywerant, che molte delle asimmetrie nel movimento sono dovute a diverse configurazioni del sistema nervoso centrale espresse attraverso modelli di attivazione neuromuscolare.

Moti spiega, come ha insegnato Yochanan Rywerant, che molte delle asimmetrie nel movimento sono dovute a diverse configurazioni del sistema nervoso centrale espresse attraverso modelli di attivazione neuromuscolare.  I modelli più significativi sono consci o deliberati, istintivi o ereditati, appresi o più o meno automaticamente eseguiti  e modelli condizionati o influenzati da malattie croniche o acute. Quando ci muoviamo con consapevolezza, noi induciamo le innervazioni le quali portano all’organizzazione efficiente del sé a migliorare l’abilità di interagire con l’ambiente.

Quando l’ATM arrivava alla conclusione, lentamente ci mettemmo in piedi e camminammo nella sala. Il senso di me stessa fu molto piacevole, sentivo la connessione delle mie mani fino alla schiena, sentivo il mio port de bras nascere dal centro, quando ho sperimentato alcune pirouettes ho scoperto un maggior equilibrio ed energia grazie all’iniziare spontaneamente il giro dalla retrazione della scapola. E’ incredibile come un così piccolo movimento possa portare ad un maggior spins con un minor sforzo. Secondo Moti, l’azione è l’inseparabile unione del corpo e della mente, composta da pensiero, sensazione, sentimento e movimento, elementi che possono essere finemente sintonizzati divenendo consapevoli di essi.

Poi abbiamo fatto la stessa ATM insieme ad un compagno e abbiamo simulato di strozzarci a vicenda. Il mio compagno era una persona alta e in sovrappeso, che non avrei mai pensato di essere in grado di spostare nemmeno di un millimetro, e come prova di questo io infatti non riuscii al  primo tentativo a squilibrarlo, ma poi abbastanza sorprendentemente il mio corpo ricordava quello che avevamo praticato e fu molto facile spostare il mio oppositore5. In qualche modo avevo imparato a sentire il peso del corpo dell’altro in modo da poter dirigere il suo movimento dal mio centro. Con questa esperienza possiamo confermare quello che diceva Moshe ‘se fai pratica del movimento naturale costruito all’interno della tecnica l’apprendimento è più veloce’.

Come afferma Moti, tutte le lezioni di ATM sui movimenti evolutivi del bambino hanno a che fare con i movimenti usati nella formazione delle arti marziali.

Come afferma Moti, tutte le lezioni di ATM sui movimenti evolutivi del bambino hanno a che fare con i movimenti usati nella formazione delle arti marziali. In una situazione che richiede un’azione per salvare la propria vita, la persona reagisce in modo naturale anche se non conosce le arti marziali. Infatti Moshe asseriva che il miglior movimento di autodifesa è quello che viene fuori naturalmente senza pensare6.

Moshe menziona nel suo primo libro di autodifesa7 che un importante aspetto durante i momenti cruciali è di evitare di essere paralizzati. Questa risposta accade quando la persona manca di confidenza con la propria forza. Per superare la paura paralizzante, Moshe raccomandava di essere certi di respirare, sorridere o ridere anche se le circostanze non invitano questa risposta, per muoversi o assumere la Kamae che è una postura marziale di guardia che da potere al corpo. In questo lavoro, Moshe anche raccomandava di leggere il libro di Emile Coué8 sulla autosuggestione cosciente anche perché, come afferma Moti, queste idee sulle potenzialità della mente sono profondamente inglobate nel Metodo Feldenkrais.

Successivamente, Moti ci ha raccontato del percorso di Moshe a partire dalla sua giovinezza quando aveva dovuto migliorare l’efficacia del proprio combattimento col Jiu Jiutsu, fino al suo fondamentale incontro a Parigi con Jigoro Kano (il fondatore del Judo), e dei libri di autodifesa che Moshe  Feldenkrais ha pubblicato nei quali aveva posto l’accento sui molti benefici della pratica del judo come un migliore controllo del piede, l’arte del cadere, la stabilità dinamica, l’orientamento spaziale, l’uso efficace del corpo e della mente e la coordinazione dell’azione che sono tutti temi delle sue lezioni di ATM. Moti spiegava come questi concetti si sono poi concretizzati nella tesi centrale di Moshe quando ha presentato formalmente il suo metodo sostenendo che il corpo e la mente sono una realtà oggettiva e non entità correlate e costituiscono piuttosto un inscindibile intero che funziona in modo integrato.

La scoperta più sorprendente  è stata di constatare che la velocità in movimento non viene dalla forza bruta ma da una calma interiore profonda e da uno stato di attenzione ampio che permette di guidare il movimento dall’impulso iniziale seguendolo lungo la strada più diretta ed efficace.

Alla fine abbiamo messo insieme tutti gli elementi che avevamo praticato per difenderci da una minaccia armata, in coppia abbiamo usato i movimenti a spirale visti nelle lezioni di ATM per deviare dalla linea del fuoco e immobilizzare l’attaccante. La scoperta più sorprendente che ho fatto con questa esperienza è stata di constatare che la velocità in movimento non viene dalla forza bruta ma da una calma interiore profonda e da uno stato di attenzione ampio che permette di guidare il movimento dall’impulso iniziale seguendolo lungo la strada più diretta ed efficace. Secondo Moti, la respirazione non dovrebbe essere un ostacolo per il movimento e il movimento non dovrebbe essere un ostacolo per il respiro.

In questo corso ho sviluppato ulteriormente la mia profonda ammirazione per il lavoro di Moshe Feldenkrais il quale, nelle parole di Moti, era un vero guerriero nella mente, nel cuore e nello spirito. Ho vissuto su di me il processo organico di acquisizione di abilità per la sopravvivenza e per l’autodifesa che non sono utili solo in caso di confronto armato ma anche nel vivere quotidiano che richiede di raggiungere e mantenere stati mentali che guidano verso azioni efficaci e responsabili durante le situazioni di grande tensione. Ho percepito sensazioni nella mia schiena, e con esse le certezze di ciò che poteva essere sentito ma non visto; ho scoperto nuovi modi di compiere giri danzati. Ho compreso che ciò che è importante nel movimento è ciascun momento e che, nelle parole di Moti, non esiste un percorso verso la felicità perché la felicità è nel percorso. Incontrare Moti Nativ in questo corso è stato un onore e un privilegio per il quale sono profondamente grata.

Note

1Corso del Maestro Moti Nativ: La sinergia del Metodo Feldenkrais e le Arti Marziali, organizzato da Candia Garibay per Inspirah Pilates, www.inspirahpilates.com

2 Moti attualmente insegna La consapevolezza del guerriero, che è l’elemento centrale del suo Bujinkan Shiki Dojo, così nominato dal suo Maestro Masaaki Hatsumi per significare Dojo Bujinkan della Consapevolezza. E’ stato grazie alla sua pratica personale di integrazione e di consapevolezza che Moti, con la raccomandazione dei suoi medici, ha potuto evitare un intervento spinale molto serio. Per approfondire la conoscenza del lavoro del Maestro Moti Nativ, visitare www.warriors-awareness.com

3 Durente le lezioni Moti parlava un linguaggio accessibile a chiunque come:  muovi le braccia, le spalle, immagina di tenere una palla, etc. E’ stimolante notare quanto si può imparare se il processo di movimento è diretto con chiarezza.

4 “ Ascolta le sensazioni, come quando senti che c’è qualcuno dietro di te.  E’ importante percepire l’opponente con il corpo in modo che gli occhi possano guardare ciò che avviene intorno.”  – Moti Nativ

5 “Noi siamo forti, abbiamo molte potenzialità nei nostri corpi.” – Moti Nativ

6 “Se qualcuno ti attacca non puoi pensare.  Non appena ti mettessi a pensare saresti ucciso.”. – Moshe Feldenkrais. Nel video che abbiamo visto nella mostra Moshe afferma che “le lotte non sono qualcosa di organizzato come nel dojo, Le persone ti saltano addosso con bastoni e coltelli.  E tu devi tirar fuori non solo la tecnica la soprattutto lo spirito. Quindi c’è la necessità di qualcosa che funziona per la difesa e non solo per l’esibizione in un dojo in condizioni controllate. Qunado qualcuno ti attacca con un coltello non sta giocando, quindi tu non puoi analizzare l’angolo corretto di piazzare la mano secondo la tecnica, devi reagire e lo devi fare in un modo efficace se vuoi salvarti la vita.”

7 Jiu Jiutsu & Self Defense (1931)

8 Emile Coué (1922) Self Mastery through Conscious Autosuggestion. Una edizione italiana di questo testo è: Emile Coué, Il Metodo Coué – L’autosugestione cosciente, 1996, Edizioni Mediterranee.

Moshe tradusse qeusto libro in ebraico e aggiunse due suoi capitoli e Moti ha affermato che questo testo sarà presto disponibile in inglese con i capitoli di Moshe inclusi.

9 Moshe divenne un pioniere del Judo in Francia con  il sotegno e la guida dei suoi maestri  J. Kano e M. Kawaishi. Moti ha consigliato di studiare le seguenti pubblicazioni di Moshe, attualmente disponibili in inglese, sul tema della autodifesa.

– Jiu Jiutsu & Self Defense (1931)

– ABC du Judo (1938)

– Higher Judo – Ground Work (1952)

– Practical unarmed combat (1942) reedited by Moti Nativ as Hadaka-Jime The Core Technique for Practical Unarmed Combat (2009)

10 L’equilibrio instabile fornisce potere. La difesa è andare avanti.  – Moti Nativ

* Tutte le immagini di Moti sono state scattate a Tel Aviv.

Questo testo è una versione italiana del testo di Candia Garibay  Shihan Moti Nativ and Warrior Awarness. L’originale in inglese si trova al  link

http://www.inspirahpilates.com/Inspirah/Blog/Entradas/2010/11/28_Moti_Nativ_and_Warrior_Awareness.html.

Traduzione di Daniela Agazzi, per www.ProgettoFeldenkrais.it, gennaio 2011. Si permette l’uso del testo completo o parziale di questa traduzione con l’unica richiesta di citarne la fonte, sia dell’originale che della versione italiana.

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